L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























martedì 14 giugno 2011

VILLABATE SCIOLTO PER MAFIA APRILE 2004 SEZIONE GIURISDIZIONALE D'APPELLO PER LA SICILIA sent. n. 144 del 19/05/2011

Corte dei conti

SEZIONE GIURISDIZIONALE D'APPELLO PER LA SICILIA

sent. n. 144 del 19/05/2011


Sent. n. 144/2011

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE D'APPELLO PER LA SICILIA



composta dai seguenti magistrati
dott.Salvatore CILIA   Presidente
dott.ssaLuciana SAVAGNONE   Consigliere
dott.Salvatore Giovanni CULTRERA   Consigliere estensore
dott.Pino ZINGALE   Consigliere
dott.ssaGiuseppa CERNIGLIARO   Consigliere
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di appello iscritto al n. 3646/A.Resp del registro di segreteria promosso dal procuratore regionale presso la Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione siciliana
contro:
1) Basile Salvatore e Pitarresi Girolamo, rappresentato e difeso dall’avv. Ignazio Caramanna;
2) Giglio Emanuele, Bonetti Francesco, La Franca Giuseppe, Bruno Carlo, Cottone Vincenzo, Cottone Giuseppe, Lo Monaco Andrea, Giambona Antonino e Fontana Valentina, rappresentati e difesi dall’avv. Gianfranco Amenta;
3) Costa Gaetano e Schimmenti Pietro, rappresentati e difesi dagli avv.ti Giovanni Pitruzzella e Massimiliano Mangano;
4) Alaimo Agostino, rappresentato e difeso dagli avv.ti Giovanni Immordino e Giuseppe Immordino;
5)Centorbi Gaspare, rappresentato e difeso dall’avv. Francesco Paolo Martorana;
6) Aquilino Juan Antonio e Mannino Mario Vincenzo, rappresentati e difesi dall’avv. Ferdinando Gattuccio;
avverso
la sentenza n. 2108/2010 del 12 ottobre 2010 della Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione siciliana.
Visti gli atti e i documenti di causa.
Uditi all’udienza del 20 aprile 2011 il relatore, cons. Salvatore G.Cultrera, il P.M., nella persona del vice procuratore generale dott. ssa Maria Aronica, e gli avv.ti Ignazio Caramanna,Gianfranco Amenta, Giovanni Immordino e Massimiliano Mangano.
Alla pubblica udienza le parti hanno ribadito le rispettive posizioni richiamando gli atti scritti versati al fascicolo e le conclusioni già formulate.
FATTO
Con atto di citazione del 2 dicembre 2008 il procuratore regionale conveniva in giudizio il signor Carandino Lorenzo, nella qualità di sindaco del comune di Villabate, e gli odierni appellati in epigrafe nominati, nella qualità di componenti della giunta e di componenti del consiglio comunale all’epoca dei fatti di causa, per sentirli condannare al pagamento in solido fra di essi della somma pari a € 1.447.386,02, di cui € 1.065.878,6 in favore del Comune di Villabate ed € 381.507,42 in favore del Ministero dell’Interno, oltre rivalutazione monetaria ed interessi, nonché spese del giudizio, queste ultime in favore dello Stato; veniva precisato nell’atto di citazione che, agli effetti della ripartizione interna tra i coobbligati in solido, 1/6 dell’intero danno da risarcire avrebbe dovuto essere posto a carico del sindaco Carandino e la rimanente parte in quote uguali tra gli altri assessori e consiglieri comunali convenuti in giudizio essendo palese una preminente efficacia causale della condotta attribuibile al Sindaco Carandino rispetto alla equivalenza causale delle condotte attribuibili agli assessori e consiglieri comunali; i comportamenti contestati a questi ultimi sarebbero da considerare indistintamente, sotto il profilo soggettivo, tutti caratterizzati, in via principale, da dolo civile e, solo in subordine, da colpa grave.
L’ipotesi di responsabilità amministrativa prendeva le mosse dall’avvenuto scioglimento per infiltrazione mafiosa, ai sensi dell’art.143 del d.l.vo n.267 del 2000, del consiglio comunale di Villabate che era in carica nel periodo che va dal 10/12/2001 al 27/04/2004. Con DPR del 27 aprile 2004 veniva, infatti, disposto lo scioglimento degli organi elettivi del comune di Villabate per la durata di 18 mesi per cui veniva nominata la commissione straordinaria per la gestione dell’ente; il provvedimento veniva prorogato per ulteriori mesi sei con DPR 4 novembre 2005. La giunta comunale guidata dal Sindaco Carandino Lorenzo, espresso dalle elezioni amministrative del 25 novembre 2001, è durata in carica dal 10 dicembre 2001 al 23 dicembre 2003, giorno in cui il sindaco ha rassegnato le proprie dimissioni a seguito dell’insediamento del collegio ispettivo nominato per l’accesso dal prefetto di Palermo; il consiglio comunale coinvolto dal DPR 27 aprile 2004 era subentrato, all’esito delle elezioni amministrative del 25 novembre 2001, alla gestione straordinaria insediatasi a seguito di scioglimento per infiltrazione mafiosa del precedente consiglio comunale disposto con DPR del 20 aprile 1999.
Il pubblico ministero evidenziava che lo scioglimento del consiglio comunale di Villabate era da considerare un atto necessitato perché l’azione amministrativa del Comune risultava ormai sostanzialmente gestita dall’associazione mafiosa. L’emissione del decreto di scioglimento avrebbe comportato esborsi di somme costituenti danno erariale (spese sostenute per l’insediamento della commissione straordinaria e per il personale di supporto) che non si sarebbero sostenuti qualora lo scioglimento del consiglio comunale non fosse stato decretato.
Secondo la prospettazione accusatoria, la incisiva e imperante infiltrazione mafiosa non si sarebbe, quindi, verificata qualora gli organi di governo del Comune, nell’ambito delle competenze facenti capo rispettivamente al sindaco, alla giunta ed al consiglio comunale, avessero amministrato attenendosi al rispetto dei canoni minimi di buona amministrazione di cui all’art.97 della costituzione.
La violazione sistematica del principio di buona amministrazione da parte dei convenuti faceva ritenere al PM che fosse sussistente un’ulteriore ed autonoma posta di danno erariale costituita dagli integrali esborsi inutilmente sostenuti per la corresponsione agli stessi convenuti, relativamente al periodo 10 dicembre 2001 – 27 aprile 2004 antecedente allo scioglimento del consiglio comunale, dell’ indennità di carica prevista per gli amministratori degli enti locali come definiti nell’art.77, comma 2, del d.l.vo n.267 del 2000.
Il PM ha indicato, come prove a sostegno della responsabilità amministrativa azionata con l’atto di citazione, gli elementi e le circostanze scaturenti dalla relazione ispettiva redatta in data 20 febbraio 2004 dalla commissione di indagine prefettizia (v., in atti, relazione sugli accertamenti eseguiti in sede di accesso presso il Comune di Villabate), propedeutica all’emissione del provvedimento di scioglimento dell’amministrazione comunale, dalle dichiarazioni rese ai pubblici ministeri ed ai giudici penali dal collaboratore di giustizia Campanella Francesco (nominato dal sindaco Carandino esperto in materia di sviluppo locale nel Comune di Villabate e di consulenza finanziaria ed aziendale nel periodo che interessa) nonché dalle sentenze penali richiamate nell’atto di citazione e tra queste la sentenza dibattimentale del Tribunale di Palermo n.169/2009, che ha statuito la condanna del sindaco Carandino ad anni 8 di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
In ogni caso, rilevava il PM, già nell’articolata relazione del collegio ispettivo incaricato dal prefetto di Palermo sarebbe stato adeguatamente evidenziato il coinvolgimento di tutti gli organi di governo del comune di Villabate nel modello illecito di amministrazione.
Emblematica, secondo la prospettazione del PM, sarebbe la vicenda delle modifiche al piano regolatore per consentire la realizzazione di un grosso centro commerciale, su cui gravavano dirette speculazioni da parte dell’associazione mafiosa, inizialmente sulla cessione delle aree interessate dall’insediamento del centro commerciale e, quindi, sulla complessa operazione di trasformazione urbanistica del sito (v.relazione commissione ispettiva; sentenza GUP n.1103/07 citata; Ord. cautelare Paparopoli + 17, all. 2 aff. 1360, pagg. 191 e ss.).
Incardinato il giudizio di primo grado, nel quale non si costituiva il sindaco Carandino, l’adita Sezione giurisdizionale, chiamata la causa all’udienza del 24 settembre 2010, con ordinanza dettata a verbale disponeva – in seguito a specifica richiesta avanzata dei difensori dei convenuti, assessori e consiglieri comunali, che si erano costituiti in giudizio - la sospensione del processo nei confronti del predetto ex sindaco Carandino stralciando la relativa posizione da quella degli altri convenuti (ex assessori e consiglieri comunali), per i quali ordinava la prosecuzione del giudizio; l’istanza di sospensione del giudizio contabile era stata formulata concordemente dai predetti difensori in attesa della definizione del processo penale pendente nei confronti del convenuto Carandino Lorenzo, nel quale si faceva riferimento anche ai fatti dedotti nel giudizio contabile per cui ritenevano pregiudiziale il passaggio in giudicato della sentenza relativa a tale processo (si trattava del processo deciso in primo grado con la sentenza dibattimentale sopra indicata del Tribunale di Palermo n.169/2009 di condanna del Carandino per concorso esterno in associazione mafiosa, confermata con sentenza dalla Corte d’Appello che risultava impugnata con ricorso in Cassazione).
Con la sentenza n.2108/2010 la Sezione di primo grado ha dichiarato esenti da responsabilità amministrativa gli odierni appellati (assessori comunali e consiglieri comunali) nella persona di Giglio Emanuele, Basile Salvatore, Pitarresi Girolamo, Bonetti Francesco, Costa Gaetano, La Franca Giuseppe, Alaimo Agostino, Bruno Carlo, Aquilino Juan Antonio, Cottone Vincenzo, Cottone Giuseppe, Schimmenti Pietro, Mannino Mario Vincenzo, Centorbi Gaspare, Lo Monaco Andrea, Fontana Valentina e Giambona Antonino.
I giudici di prime cure hanno ritenuto che le situazioni e le circostanze messe in evidenza nella relazione della commissione nominata dal prefetto, versata in atti dal PM, che costituisce l’atto fondamentale della procedura amministrativa, che ha portato allo scioglimento per infiltrazione mafiosa degli organi elettivi del comune di Villabate, avendo valore meramente indiziario, non potessero ritenersi prove certe della responsabilità amministrativa dei convenuti attribuita nell’atto di citazione; l’affermazione di tale responsabilità non poteva essere suffragata da meri indizi in ordine alla sussistenza degli elementi costitutivi dell’illecito contabile; nessuno, inoltre, degli amministratori appellati risultava imputato in procedimenti penali sulle vicende riferite nella relazione ispettiva per cui l’impianto accusatorio del pubblico ministero contabile, che presupponeva una dolosa soggezione degli stessi amministratori ai voleri dell’associazione mafiosa, non appariva sorretto da logico fondamento; né avrebbero potuto spiegare effetti nei confronti di detti amministratori (assessori e consiglieri comunali) proprio perché non imputati in processi penali, gli accertamenti condotti dalla Direzione Investigativa Antimafia di Palermo sulle vicende che avevano dato luogo allo scioglimento del consiglio comunale (v. rapporto del Reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo del 9 dicembre 2008 depositato in atti dal pubblico ministero contabile) e le dichiarazioni provenienti dal collaboratore di giustizia Campanella Francesco, esperto del Sindaco Carandino e appartenente alla famiglia mafiosa di Villabate, condannato con sentenza con pena patteggiata ex art. 444 c.p.p. GUP Palermo del 6 novembre 2007 nr.1104/07, in cui sarebbe stata fatta luce sugli intrecci tra l’amministrazione locale di Villabate insediatasi dopo le elezioni del 2001 (ovverosia dopo il primo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazione mafiosa) e la famiglia mafiosa di Villabate.
Avverso la calendata sentenza il procuratore regionale ha proposto appello in cui ha indicato specifici motivi di impugnazione in base ai quali ha chiesto la condanna degli odierni appellati per la fattispecie di responsabilità amministrativa contestata nell’atto di citazione come ulteriormente precisata nella memoria depositata il 19 luglio 2009 agli atti del giudizio di primo grado.
Ritiene il PM che la sentenza sia errata nelle sue conclusioni perchè viziata da travisamento dei fatti di causa e delle allegazioni probatorie attoree, da arbitraria declaratoria di inammissibilità delle acquisizioni istruttorie del pubblico ministero e da erronea applicazione del principio dell’onere della prova. La sentenza appellata non avrebbe tenuto conto che la contestazione di responsabilità ai convenuti era da riferirsi solo alla violazione degli obblighi di servizio su di essi incombenti per la carica rivestita; i convenuti avrebbero dovuto impedire l’infiltrazione mafiosa ed il conseguente scioglimento dell’ente locale; mai la violazione degli obblighi di servizio era stata collegata nell’atto di citazione alla volontà di tali amministratori di favorire l’associazione mafiosa.
Ai fini della responsabilità amministrativa sarebbe ininfluente il fatto che gli amministratori appellati non risultassero coinvolti in processi penali con suddetta imputazione; la relazione ispettiva della commissione nominata dal prefetto avrebbe messo in evidenza in modo certo una situazione di infiltrazione instauratasi con la compiacenza degli amministratori; da ciò è stata, infatti, originata la prospettazione accusatoria contenuta nell’atto di citazione introduttivo del giudizio; gli amministratori di cui si tratta avrebbero trasgredito sistematicamente i principi di cui all’art.97 della Costituzione per cui non sussisterebbe nel presente caso un rapporto di identità tra la fattispecie di associazione mafiosa di cui all’art.416 bis del codice penale e la fattispecie di responsabilità amministrativa dinanzi alla Corte dei conti nella quale è stato contestato di non avere adottato una gestione legale dell’ente locale per ostacolare l’infiltrazione mafiosa.
Il collegio di primo grado sarebbe incorso in un travisamento dei fatti di causa avendo affermato che l’impianto accusatorio del PM fosse incentrato sulla dolosa soggezione degli amministratori ai voleri dell’associazione mafiosa; il dolo riferito agli appellati sarebbe il dolo civile (cioè la consapevole violazione del principio di buona amministrazione) e, solo in subordine, sarebbe da ravvisare la colpa grave; le dichiarazioni del Campanella avrebbero dovuto essere valutate dal giudice di primo grado in applicazione dell’art.116, comma 1, c.p.c. dato che nessuna norma del rito contabile o del rito civile (richiamato dall’art.26 del R.D. 1038 del 1933) prevede l’inammissibilità di dichiarazioni rese in sede di audizione da un collaboratore di giustizia al pubblico ministero contabile nella fase dell’istruttoria preventiva che precede l’emissione dell’atto di citazione.
Con memoria depositata l’8 aprile 2011 si sono costituiti i signori Giglio Emanuele, Bonetti Francesco, La Franca Giuseppe, Bruno Carlo, Cottone Vincenzo, Cottone Giuseppe, Lo Monaco Andrea, Giambona Antonino e Fontana Valentina, con la difesa dell’avv. Gianfranco Amenta; il difensore mette in evidenza, in relazione ai motivi contenuti nell’atto di appello del procuratore regionale, che nessun fatto o comportamento specifico è stato ascritto agli appellati; la circostanza che nessuno di essi sia stato incriminato penalmente considerando che, fra tutte le varie possibili ipotesi di reati, nessun reato è stato rubricato a carico degli stessi che ravvisasse il favoreggiamento per comportamenti omissivi di consenso all’infiltrazione mafiosa; nessuna prova è stata portata dal procuratore regionale per fatti specifici di tal fatta; dal che dovrebbe dedursi la carenza di alcun nesso eziologico con il danno ipotizzato.
In ordine all’art.143 del d.l.vo 267/2000 il difensore sostiene che i consolidati principi di giurisprudenza richiamati nella sentenza appellata mirano ad evidenziare che la presenza di una diffusa criminalità se, da un lato, giustifica la ragionevolezza dell’addebito mosso all’organo collegiale di incapacità di esercitare l’attività di controllo e di impulso cui è deputato per legge, dall’altro prescinde da responsabilità dei singoli; il provvedimento amministrativo di scioglimento non può da solo suffragare la responsabilità degli amministratori; è contraddittorio sostenere, come fa l’appellante, che nessuna connotazione penalistica sia configurabile e, poi, assumere che dal provvedimento di scioglimento emergerebbero delle responsabilità collusive con la famiglia mafiosa senza però specificare e provare i fatti a ciascuno addebitabili; anche le esternazioni del Campanella a motivo della genericità delle accuse non apporterebbero, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, alcuna prova concreta della responsabilità ascritta agli appellati; da ciò si deduce che l’onere della prova imposto all’attore è risultato del tutto carente come reso evidente dal fatto che gli appellati non hanno neppure avuto formulato un avviso di garanzia; dalle dichiarazioni di Campanella si ricaverebbe un diffuso modo di operare illegale, ma tali affermazioni non sarebbero sufficienti per provare responsabilità contabili degli appellati; anche la contestazione che fa riferimento alla delibera approvativa della pianificazione territoriale per l’insediamento del centro commerciale si rivelerebbe del tutto ininfluente in quanto tale pianificazione era stata avallata dai precedenti commissari prefettizi che avevano amministrato in sostituzione del precedente consiglio sciolto; i commissari hanno motivato la delibera di revoca della delibera non per invadenze illecite ma perché spinti da necessità di carattere tecnico in base alle molteplici osservazioni del Genio civile e dei cittadini sui criteri di pianificazione seguiti. Conclusivamente la difesa chiede il rigetto dell’appello.
Si è costituito in giudizio il signor Centorbi Gaspare con memoria del 5 aprile 2001 con la difesa dell’avv. Antonino Giuseppe Martorana; nella memoria viene precisato che il Centorbi nella sua qualità di consigliere comunale non aveva alcuna competenza in materia di affidamento di appalti, cottimi e via dicendo essendo tali compiti affidati ai sensi della legge 142/1990 ai funzionari preposti ai vari servizi; sulla pianificazione urbanistica e sulla realizzazione del centro commerciale ha rammentato il lungo iter che ha caratterizzato tale procedimento in cui sono stati raccolti i numerosi visti tecnici ed i pareri prescritti dalla normativa in materia per cui i consiglieri comunali, attraverso il loro voto favorevole, avrebbero votato soltanto la pubblica utilità di tale iniziativa esercitando senza vincolo di mandato in piena libertà le facoltà riconducibili allo status di consigliere comunale; nessun collegamento emerge dalle dichiarazioni del Campanella in riferimento al signor Centorbi allorquando il collaboratore di giustizia si occupa dei collegamenti tra mafia e politica oppure dell’attività amministrativa svolta dello stesso Centorbi in qualità di consigliere comunale e, in particolare, per ciò che riguarda le vicende inerenti all’approvazione del cosiddetto piano urbanistico commerciale; prova della buona fede e della correttezza del Centorbi, che non ha posto in essere alcuna condotta deviante dal modello legale nel corso del proprio mandato elettivo, è data dal fatto che le vicende giudiziarie successive allo scioglimento del consiglio comunale non lo hanno visto coinvolto né nella fase delle indagini preliminari né tantomeno nel corso dei vari giudizi penali.
Ad avviso del difensore dovrebbero ritenersi, pertanto, insussistenti i presupposti della responsabilità amministrativa a lui ascritta in assenza di alcun rapporto di causalità tra la condotta del consigliere comunale oggi resistente in ordine allo scioglimento del consiglio comunale di Villabate che sarebbe stato comunque sciolto anche in assenza del rapporto di parentela tra il signor Centorbi e la cugina Adriana Schillaci oppure in assenza delle informative dei carabinieri o di quanto dichiarato dal Campanella nei confronti del Centorbi.
Conclusivamente chiede il rigetto dell’appello con esonero da ogni responsabilità; in via subordinata chiede che la sua responsabilità non possa essere considerata solidale con quella di chi risultasse autore dei comportamenti che hanno determinato lo scioglimento del consiglio comunale; invoca, comunque, l’applicazione del potere riduttivo.
Si è costituito in giudizio, con la difesa degli avv.ti Giovanni e Giuseppe Immordino, il signor Alaimo Agostino ex consigliere comunale di Villabate dal 10 dicembre 2001 al 3 dicembre 2003; nella memoria, in cui viene richiamata la sentenza appellata nella quale è stato affermato che il PM non avrebbe fornito alcuna prova concreta dell’impianto accusatorio a fondamento dell’azione di responsabilità di cui si discute, viene messo in risalto che nei confronti dell’Alaimo nella qualità di presidente del consiglio comunale di Villabate, cessato dalla carica di presidente il 3 dicembre 2003 in epoca antecedente allo scioglimento del consiglio comunale disposta con il DPR del 27 aprile 2004, non è stata fornita dall’appellante procuratore regionale la prova piena della sua consapevole e dolosa partecipazione al sistema di esecuzione < a catena > della volontà mafiosa; non sussistono dichiarazioni rese dal collaboratore Campanella che provano il presunto collegamento tra l’Alaimo e la mafia né tanto meno si possono trarre elementi di prova dalla sentenza del Tribunale di Palermo che, in primo grado, ha condannato il Carandino in quanto tale sentenza in alcun modo ha riguardato l’Alaimo; il consiglio comunale di Villabate è stato sciolto non già a seguito delle dichiarazioni del Campanella quanto piuttosto in forza della attività ispettiva svolta dalla commissione nominata dal prefetto; le risultanze della relazione di tale collegio ispettivo, in base alla quale si è poi pervenuti allo scioglimento del consiglio comunale, non riguardano in nessuna parte la posizione del signor Alaimo; da quanto esposto appare chiaro che il PM non abbia fornito piena ed esaustiva prova né un vero principio di prova a sostegno della prospettazione accusatoria essendosi basato soltanto su mere affermazioni, prive di riscontro fattuale e totalmente generiche, del signor Campanella; l’appello del procuratore regionale sarebbe, inoltre, inammissibile e privo di fondamento in quanto il danno erariale ipotizzato sarebbe inesistente in quanto le spese di funzionamento della commissione straordinaria sono stabilite dalla legge che prevede la nomina di tale organo ed i compensi da attribuire ai componenti; errata sarebbe, inoltre, la quantificazione dell’ammontare dei gettoni di presenza dei venti consiglieri comunali e delle indennità di funzione dei sette assessori; non risulta provato l’elemento soggettivo doloso o di colpa grave per cui non appare sostenibile una ipotesi di responsabilità oggettiva derivante dalla mera appartenenza all’organo collegiale elettivo.
Conclusivamente la difesa chiede alla Corte di rigettare l’appello e, in ogni caso, di ritenere e dichiarare il signor Alaimo Agostino esente da responsabilità erariale con vittoria di spese, competenze ed onorari anche del presente grado di giudizio.
Si è costituito in giudizio con memoria depositata l’11 aprile 2011 il signor Gaetano Costa, ex assessore al patrimonio ed alle finanze del Comune di Villabate in carica per soli tredici mesi, dal novembre 2001 fino al 31 dicembre 2002, data delle sue dimissioni, con la difesa degli avv.ti Giovanni Pitruzzella e Massimiliano Mangano; nella memoria viene sostenuta la inammissibilità ed infondatezza dell’appello del procuratore regionale; tale atto paleserebbe l’intrinseca contraddittorietà del ragionamento seguito dal PM contabile che invoca il dolo civile - che non si comprende come si potrebbe distinguere da quello penale in relazione alla situazione di asserita compiacenza – o in subordine la colpa grave, senza tuttavia fornire alcuna prova, ma richiamando una serie di elementi totalmente irrilevanti, come giustamente affermato nella sentenza appellata, e sostenendo, addirittura, che le difese dei convenuti non avrebbero contestato le accuse; la mancata individuazione da parte del PM di episodi atti a dimostrare un inquinamento o sviamento professionale del Costa, riconducibili in chiave causale a pressioni promananti dalla criminalità organizzata o da centri di interesse ad essa contigui, dimostrerebbe l’assoluto travisamento in cui è incorsa la procura regionale che ha ritenuto esistente una responsabilità amministrativa in capo all’appellato; anche per quanto riguarda l’approvazione della programmazione urbanistica commerciale il Costa ha espletato il proprio mandato senza alcuna imperizia o imprudenza convinto del perseguimento di un fine lecito capace di attrarre finanziamenti destinati non solo alle imprese del luogo ma anche al comune di Villabate per iniziative di carattere collettivo.
Conclusivamente la difesa chiede il rigetto dell’appello con vittoria di spese; in subordine l’applicazione del potere riduttivo.
Si è costituito in giudizio con memoria depositata l’11 aprile 2011 il signor Schimmenti Pietro, ex consigliere comunale di Villabate in carica nel periodo che interessa i fatti di causa, con la difesa degli avv.ti Giovanni Pitruzzella e Massimiliano Mangano. L’impostazione della memoria difensiva dello Schimmenti redatta dagli stessi difensori dell’appellato Costa Gaetano ripropone nella gran parte le argomentazioni contenute nella memoria svolta nell’interesse del Costa su cui si è sopra riferito mettendo in rilievo l’intrinseca contraddittorietà del ragionamento seguito dal PM contabile che invoca il dolo civile - che non si comprende come si potrebbe distinguere da quello penale in relazione alla situazione di asserita compiacenza – o in subordine la colpa grave, senza tuttavia fornire alcuna prova, ma richiamando una serie di elementi totalmente irrilevanti, come giustamente affermato nella sentenza appellata ed affermando addirittura che le difese dei convenuti non avrebbero contestato le accuse; la mancata individuazione da parte del PM di episodi atti a dimostrare un inquinamento o sviamento professionale dello Schimmenti, riconducibili in chiave causale a pressioni promananti dalla criminalità organizzata o da centri di interesse ad essa contigui, dimostra l’assoluto travisamento in cui è incorsa la procura regionale che ha ritenuto esistente una responsabilità amministrativa in capo all’appellato.
Conclusivamente la difesa chiede il rigetto dell’appello con vittoria di spese; in subordine l’applicazione del potere riduttivo.
Con memoria depositata il 13 aprile 2011 si è costituito in giudizio il signor Pitarresi Girolamo con la difesa dell’avv. Ignazio Caramanna. Nella memoria si insiste nel rigetto dell’appello in quanto il procuratore non avrebbe fornito prove concrete nei confronti del Pitarresi di fatti specifici a titolo di responsabilità amministrativa; nessun elemento potrebbe essere desunto dalle dichiarazioni del collaboratore Campanella, sentito riservatamente dal PM; nella specie si tratterebbe solo di insinuazioni vaghe e generiche; la difesa si riporta a tutte le argomentazioni contenute nelle memorie difensive depositate nel giudizio di primo grado.
Con memoria depositata il 13 aprile 2011 si è costituito in giudizio il signor Basile Salvatore con la difesa dell’avv. Ignazio Caramanna, che insiste nel rigetto dell’appello in quanto anche nei confronti del Basile l’appellante procuratore regionale non avrebbe fornito concrete prove di fatti specifici a titolo di responsabilità amministrativa; le accuse rivolte al deducente sarebbero ancorate ad ipotesi tanto fantasiose quanto inconsistenti ma tutte destituite di fondamento; le uniche colpe del Basile, se così si possono definire, sarebbero quelle di vivere a Villabate, centro ad alta densità mafiosa, ed avere fatto parte del relativo consiglio comunale; i contenuti della documentazione prodotta in causa dal PM afferente alla procedura amministrativa che ha portato allo scioglimento del consiglio comunale avendo solo valore meramente indiziario non può certamente avere valore probatorio nel presente processo per affermare la responsabilità amministrativa degli appellati.
La memoria difensiva di costituzione in giudizio, redatta dall’avv. Ferdinando Gattuccio in rappresentanza e difesa degli appellati Aquilino Juan Antonio e Mannino Mario Vincenzo, è stata depositata nel corso dell’odierna udienza dopo l’inizio della discussione della causa, per cui, data l’intempestività del deposito, resta precluso il suo esame.
DIRITTO
Come già esposto ampiamente nella narrativa l’ipotesi di responsabilità all’odierna discussione prende le mosse dall’avvenuto scioglimento per infiltrazione mafiosa, ai sensi dell’art.143 del d.l.vo n.267 del 2000, del consiglio comunale di Villabate che era in carica nel periodo che va dal 10 dicembre 2001 al 27 aprile 2004. Lo scioglimento è stato disposto con DPR del 27 aprile 2004 per la durata di 18 mesi per cui è stata nominata la commissione straordinaria per la gestione dell’ente; il provvedimento veniva prorogato per ulteriori mesi sei con DPR 4 novembre 2005.
Con atto di citazione del 2 dicembre 2008 venivano convenuti in giudizio dal pubblico ministero il sindaco pro-tempore del comune di Villabate, Carandino Lorenzo, unitamente ad altri 17 soggetti, gli odierni appellati, assessori e consiglieri comunali in carica prima dello scioglimento, per rispondere del danno erariale procurato al comune di Villabate ed al Ministero dell’interno, individuato nella somma di € 1.447.382,02, derivante dalle spese sostenute per l’insediamento della commissione straordinaria, per il personale di supporto e per le indennità di carica corrisposte nel periodo durante il quale i convenuti sindaco, assessori e consiglieri comunali hanno svolto le loro funzioni. Secondo la prospettazione accusatoria tali esborsi erariali, che non si sarebbero sostenuti qualora non fosse stato adottato il decreto di scioglimento, sarebbero causalmente riconducibili al comportamento di natura dolosa o, in via subordinata, di colpa grave, dei convenuti nel loro insieme che avrebbero violato il generale obbligo di servizio di buona amministrazione, ex art.97 della Costituzione, nelle rispettive qualità. Nella vicenda all’odierna trattazione la reiterata trasgressione del principio di buona amministrazione degli organi di governo del comune di Villabate sarebbe espressione di una dolosa trasgressione degli obblighi di servizio o, comunque, di una inescusabile negligenza nell’esercizio del mandato sia del sindaco, sia della giunta, sia del consiglio comunale per non avere impedito l’infiltrazione mafiosa, il che ha, poi, determinato lo scioglimento disposto con il precitato DPR del 27 aprile 2004 del consiglio comunale di Villabate. La riprovevolezza della condotta sarebbe da considerare nella fattispecie tanto più grave in quanto riferita alla delicatezza di un mandato conferito ad amministratori eletti per governare un ente locale territoriale il cui consiglio comunale era stato precedentemente sciolto per infiltrazione mafiosa.
I convenuti, come riportato nell’atto di citazione, avrebbero in sostanza amministrato il comune di Villabate adottando nello svolgimento delle loro funzioni un modello comportamentale aperto alla illegalità; il decreto di scioglimento sarebbe stato emanato perché la complessiva azione amministrativa era da considerare sostanzialmente gestita dall’associazione mafiosa. Le prove a sostegno della responsabilità amministrativa azionata nei confronti dei convenuti sarebbero deducibili, come indicato nell’atto di citazione, dalle diverse situazioni di illiceità riferite nella relazione ispettiva della commissione di indagine prefettizia (relazione del 20 febbraio 2004 sugli accertamenti eseguiti in sede di accesso presso il Comune di Villabate), propedeutica al provvedimento di scioglimento del consiglio comunale. Afferma il pubblico ministero che le situazioni di illiceità emergenti dalla relazione ispettiva, troverebbero riscontro nelle estese dichiarazioni rese ai pubblici ministeri ed ai giudici penali dal collaboratore di giustizia Campanella Francesco (ex esperto del sindaco Carandino nel periodo che interessa) nonché nelle sentenze penali richiamate nell’atto di citazione e, tra queste, la sentenza dibattimentale del Tribunale di Palermo n.169/2009 che ha statuito la condanna del sindaco Carandino ad anni 8 e mesi 6 di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (tali sentenze sono state tutte depositate dal PM agli atti del giudizio contabile).
I giudici di prime cure, su specifica richiesta degli appellati costituiti in giudizio, disponevano in udienza con ordinanza dettata a verbale la sospensione del processo nei confronti del solo Carandino, ai sensi dell’art.295 c.p.c. facendo contestualmente richiamo all’art.211 delle norme di coordinamento del c.p.p., in attesa della definizione del processo penale in cui lo stesso, come già detto, era imputato del delitto di cui agli artt. 110 e 416 bis codice penale; il processo penale riguardava anche i fatti da cui aveva preso origine l’ipotesi di responsabilità in discussione nel giudizio contabile. Il giudizio è proseguito nei confronti degli altri convenuti, assessori e consiglieri comunali.
Nella sentenza n.2108/2010 di primo grado la Sezione giurisdizionale ha, infatti, precisato di avere ritenuto necessario distinguere la posizione dell’ex sindaco Carandino da quella degli altri convenuti; il Carandino, a differenza degli altri, risultava condannato, con la sentenza n.168/2009 pronunciata dal Tribunale di Palermo per il delitto di cui agli artt. 110 e 416 bis codice penale per avere concretamente contribuito, pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento ed alla realizzazione degli scopi dell’organizzazione di tipo mafioso “ Cosa Nostra “ e segnatamente della famiglia di Villabate facente capo a Mandalà Antonino e Mandalà Nicola accettando di porre la canditatura a sindaco dopo l’approvazione del Mandalà Antonino, cui veniva presentato da Campanella Francesco; una volta eletto avrebbe seguito nello svolgimento delle sue funzioni, specialmente per tutto quanto riguardava la realizzazione di una struttura integrata di vendita (Centro Commerciale) in contrada Piano Varese, le indicazioni del Campanella, che nominava suo esperto in materia di “sviluppo locale e consulenza finanziaria ed aziendale” e che ben sapeva che rappresentasse gli interessi e la volontà dei Mandalà.
Lo stesso Campanella nelle audizioni, in atti, rese al pubblico ministero contabile, ha riferito che, in qualità di esperto del sindaco Carandino, partecipava personalmente sia alle riunioni mafiose e sia a quelle politiche, indi seguiva l’iter delle delibere e, quando era tutto pronto, partecipava alle riunioni nella stanza del sindaco ove si decideva sul da farsi.
La Sezione giurisdizionale con la precitata sentenza n. 2108/2010 ha statuito l’ assoluzione degli appellati, assessori e consiglieri comunali dalla responsabilità amministrativa ascritta nell’atto di citazione.
Il procuratore regionale con il gravame all’odierna trattazione ha chiesto la riforma della sentenza assolutoria pronunciata dalla Sezione giurisdizionale con la conseguente condanna al risarcimento del danno degli appellati, assessori e consiglieri comunali, in base a quanto formulato nell’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado.
L’ appello proposto dal procuratore regionale fondato su motivi specifici, sui quali è stato ampiamente riferito nella suesposta narrativa, riguarda, quindi, la statuizione di assoluzione dei convenuti Giglio Emanuele, Basile Salvatore, Pitarresi Girolamo, Bonetti Francesco, Costa Gaetano, La Franca Giuseppe, Alaimo Agostino, Bruno Carlo, Aquilino Juan Antonio, Cottone Vincenzo, Cottone Giuseppe, Schimmenti Pietro, Mannino Mario Vincenzo, Centorbi Gaspare, Lo Monaco Andrea, Fontana Valentina e Giambona Antonino, odierni appellati quali ex assessori o consiglieri comunali in carica prima dello scioglimento del consiglio comunale di Villabate disposto con DPR del 27 aprile 2004.
Ciò posto deve rilevarsi che, a termini dell’art.143, comma 1, del d.l.vo n.267 del 2000, < i consigli comunali e provinciali sono sciolti quando, anche a seguito di accertamenti effettuati a norma dell’art.59, comma 7, emergono concreti, univoci e rilevanti elementi diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori di cui all’art.77, comma 2, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’ imparzialità delle amministrazioni comunali o provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica >.
In base al comma 2 del citato art.143 il prefetto competente per territorio dispone ogni opportuno accertamento, di norma promuovendo l’accesso presso l’ente interessato; in tal caso il prefetto nomina una commissione d’indagine che, entro tre mesi dalla data di accesso, termina gli accertamenti e rassegna al prefetto le proprie conclusioni. Per quanto riguarda il caso all’odierno esame la commissione, nominata dal prefetto di Palermo con ordinanza dell’ 8 ottobre 2003 n.3625/03/Area Sic., ha depositato la sua relazione in data 20 febbraio 2004.
Nel paragrafo dedicato alle conclusioni (v. pagg. 92 e 93 della relazione ispettiva) la commissione prefettizia ha messo in evidenza che < l’intricata rete di parentele, amicizie e frequentazioni, già segnalata in occasione del precedente scioglimento del consiglio comunale di Villabate disposto con DPR del 20 aprile 1999, si è ulteriormente infittita sino a palesarsi quasi come un inestricabile groviglio all’interno del quale sono presenti personaggi conclamatamente appartenenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso, amministratori e dipendenti ed inoltre altri soggetti; i numerosi incontri e contatti, documentati dall’arma dei carabinieri nelle immediate vicinanze della casa comunale – spesso in concomitanza con sedute consiliari o di giunta – od in altri luoghi ed occasioni, tra rappresentanti a vario titolo della locale amministrazione comunale e personaggi, quali Mandalà Antonino o suoi uomini di fiducia, inducono a ritenere che persista tuttora da parte della criminalità organizzata l’esercizio di quella forma di presenzialismo, di esplicitazione della propria esistenza e forza, teso al controllo dell’attività amministrativa, al condizionamento della volontà altrui, che era stato segnalato come già presente, in forma ancor più palese, nella relazione sull’accesso ispettivo esperito alla fine del 1998 che aveva dato luogo al precedente scioglimento del consiglio comunale di Villabate disposto con il già citato DPR del 20 aprile 1999 >.
Dagli accertamenti eseguiti dalla commissione prefettizia e dalle conseguenti conclusioni assunte dalla stessa commissione nella relazione ispettiva, sulla cui base è stato, poi, decretato lo scioglimento del consiglio comunale di Villabate con DPR del 27 aprile 2004, il procuratore regionale ha dedotto gli estremi della responsabilità amministrativa azionata nei confronti degli appellati ai quali ha addebitato un comportamento, di natura dolosa o quantomeno gravemente colposo, che avrebbe prodotto il danno erariale quantificato in € 1.447. 382, 02 il cui ammontare è la sommatoria delle singole partite di danno indicate nell’atto di citazione introduttivo del giudizio.
Per attestare e confermare il fondamento della responsabilità amministrativa degli appellati il procuratore regionale ha indicato come prove della loro colpevolezza, in aggiunta a quanto emerso dalla relazione della commissione prefettizia, le dichiarazioni rese ai pubblici ministeri ed ai giudici penali dal collaboratore di giustizia Campanella Francesco (ex esperto del sindaco Carandino nel periodo che interessa) nonché le sentenze penali richiamate nell’atto di citazione e, tra queste, la sentenza dibattimentale del Tribunale di Palermo n.169/2009 che ha statuito la condanna dell’ex sindaco Carandino ad anni 8 e mesi 6 di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, la sentenza con patteggiamento della pena n.1104/07 del 6 novembre 2007 di condanna del predetto Campanella Francesco, già esperto dell’ex sindaco Carandino, emessa ex 444 c.p.p. dal GUP presso il Tribunale di Palermo, le dichiarazioni rese al PM contabile dallo stesso collaborante Campanella in sede istruttoria prima dell’emissione dell’atto di citazione.
Essendo logicamente scontato che nel presente giudizio di appello vengono in rilievo soltanto i profili attinenti alla responsabilità amministrativa riferita agli odierni appellati, nella qualità di assessori e consiglieri comunali, e non le conseguenze o gli effetti che potrebbero derivare dagli illeciti penali, accertati con le suindicate sentenze del giudice penale, che riguardano specificatamente l’ex sindaco Carandino ed il suo esperto all’epoca dei fatti Campanella Francesco, la posizione dei quali non è oggetto di esame e di conseguente pronuncia in questo giudizio d’appello, il Collegio condivide i passaggi motivazionali della sentenza di primo grado appellata (v. pagg. 35, 36 e 37) secondo cui le risultanze del procedimento e gli atti che lo compongono, che hanno portato allo scioglimento del consiglio comunale di Villabate, avendo solo rilievo indiziario, non possono avere valore di prova certa ai fini dell’affermazione della responsabilità amministrativa ipotizzata nell’atto di citazione.
I primi giudici hanno precisato che non risultavano dagli atti versati dal pubblico ministero contabile specifici elementi di prova che dimostrassero la sussistenza dei fatti costitutivi dell’illecito contabile attribuito agli odierni convenuti. Infatti le risultanze della documentazione afferente alla procedura amministrativa in base alla quale, ai sensi dell’art.144 del d.l.vo 267/2000, era stato decretato lo scioglimento del consiglio comunale di Villabate, avendo solo valore indiziario (come ritenuto in materia da consolidato orientamento giurisprudenziale risultante dalle pronunce riportate in modo analitico nella sentenza appellata), non avrebbero potuto certamente essere utilizzate come prova piena nel presente processo contabile.
Deve allora convenirsi che, ai fini di poter ritenere sussistente la contestata responsabilità amministrativa, istituto peculiare della giurisdizione contabile fondato sul principio basilare della personalità della responsabilità statuito nell’art.1 della legge n.20 del 1994 e successive modifiche ed integrazioni, non possa assolutamente prescindersi dall’allegazione agli atti processuali di specifici elementi di prova non valendo i meri indizi ad attestare la sussistenza nella fattispecie degli elementi costituitivi dell’illecito contabile che sarebbe stato commesso dagli appellati; mancherebbero in sostanza nella fattispecie gli elementi di prova di comportamenti illeciti cumulativamente attribuiti agli odierni appellati nella qualità di consiglieri comunali o assessori comunali da considerare, secondo il pubblico ministero, come violazione strutturale e perdurante dei doveri di buona amministrazione e, quindi, degli obblighi di servizio che, ove fossero stati adempiuti dai convenuti, odierni appellati, non avrebbero consentito l’incisiva infiltrazione mafiosa (cfr. pag. 2 delle conclusioni scritte del pubblico ministero depositate in data 17 settembre 2009).
La commissione prefettizia, allorchè segnala nella sua relazione l’intricata rete di parentele, amicizie e frequentazioni, all’interno della quale sono presenti personaggi appartenenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso, fa generico riferimento ad amministratori senza alcuna indicazione nominativa, dipendenti ed altri soggetti esterni, ma con incarichi conferiti dal Comune (che indica nominativamente), chiamati a svolgere, con determine sindacali o delibere di giunta o di consiglio, incarichi a favore del Comune (v. pag. 92 della relazione della commissione prefettizia propedeutica allo scioglimento del consiglio comunale).
La conformazione propria di tale relazione, che si basa principalmente su atti investigativi citati in un rapporto del maggio 2003 dell’Arma dei Carabinieri nell’ambito di indagini su fatti e circostanze di rilevanza penale riferiti a tentativi ed azioni di infiltrazione della criminalità organizzata nell’amministrazione comunale di Villabate, non consente certamente che la si possa considerare atto ispettivo finalizzato ex professo all’accertamento di fatti di responsabilità amministrativo-contabile nell’ottica di supposti comportamenti degli appellati che avrebbero consentito o non impedito una incisiva infiltrazione della organizzazione mafiosa nell’ambito del Comune.
Occorre considerare che le risultanze dell’attività ispettiva svolta dalla commissione prefettizia, che hanno determinato lo scioglimento del consiglio comunale di Villabate per infiltrazione mafiosa, da cui ha preso avvio la fattispecie di responsabilità amministrativa all’esame del Collegio, hanno messo in evidenza la persistenza in atto da parte della criminalità organizzata dell’esercizio di forme di presenzialismo, di esplicitazione della propria esistenza e forza, teso al controllo dell’attività amministrativa del comune e al condizionamento della volontà altrui (v. pag. 93 della relazione).
Non si ritiene che da tali considerazioni conclusive della commissione prefettizia discenda come conseguenza inevitabile che l’infiltrazione mafiosa di cui si tratta sia direttamente connessa con comportamenti tenuti dagli odierni appellati, il che sembrerebbe escludere l’instaurazione di una situazione di infiltrazione mafiosa con la compiacenza degli appellati medesimi, nessuno dei quali, peraltro, è risultato coinvolto in procedimenti penali per fatti collusivi con la criminalità di stampo mafioso per avere consentito o non avere impedito, come asserito dal pubblico ministero, una incisiva infiltrazione della organizzazione mafiosa nell’ambito del comune di Villabate, in violazione dei doveri di buona amministrazione; in tale contesto, dal contenuto della relazione de qua non risulta acclarata la prova di comportamenti degli odierni appellati determinativi della volontà dell’ente locale rappresentato o di comportamenti omissivi posti in essere intenzionalmente in violazione degli obblighi di servizio propri degli assessori o consiglieri comunali sfociati in consapevole trasgressione del principio di buona amministrazione ex art.97 Cost. o, in subordine, di comportamenti gravemente colposi (quale inescusabile e ingiustificabile violazione del principio di buona amministrazione) per avere consentito o non avere impedito una incisiva infiltrazione della organizzazione mafiosa nell’ambito dell’amministrazione del comune.
Gli elementi di prova utili a dimostrare le condotte illecite degli odierni appellati integranti la responsabilità amministrativa ascritta nell’atto di citazione per violazione del principio di buona amministrazione - al di fuori ed autonomamente da ipotesi possibili di favoreggiamento della mafia avendo lo stesso procuratore regionale ribadito nell’atto di appello che non è stato mai contestato agli amministratori chiamati in giudizio di avere violato gli obblighi di servizio per favorire l’organizzazione criminale (v.pag.10 dell’atto di appello) - non emergono secondo il prudente apprezzamento di questo Collegio decidente, ai sensi e per gli effetti di cui all’art.116, comma 1, c.p.c., neanche dalla valutazione di tutti gli altri atti versati dal procuratore regionale, vale a dire dalle dichiarazioni rese ai pubblici ministeri ed ai giudici penali dal collaboratore di giustizia Francesco Campanella (ex esperto nominato dal sindaco Carandino), da quelle rese dallo stesso Campanella in sede di audizione innanzi al pubblico ministero contabile e dalle sentenze penali riportate nell’atto di citazione.
Ciò esclude il travisamento dei fatti di causa ravvisato nella sentenza appellata dal procuratore regionale. Invero in tale sentenza i giudici di primo grado hanno soltanto valutato la rilevanza probatoria degli atti acquisiti al fascicolo di causa ai fini della sussistenza della responsabilità amministrativa addebitata agli appellati e da tale esame non sono emersi elementi che fossero adeguati al fine di ritenere provati i comportamenti costituitivi dell’ illecito contabile configurato nell’atto di citazione.
Non può essere imputata genericamente la violazione dei doveri di buona amministrazione (nel senso che la trasgressione dei principi di buona amministrazione, ove non isolata bensì espressiva dell’azione complessiva di governo dell’ente, non solo non contrasta ma avalla interessi e rapporti malavitosi), se non vengono provati in concreto i comportamenti da cui deriva la violazione contestata.
Né tanto meno gli asseriti comportamenti negativi di avere disatteso il dovere di buona amministrazione possono ritenersi provati in base alle dichiarazioni rese ai pubblici ministeri ed ai giudici penali o in sede di audizione al pubblico ministero contabile dal collaborante Campanella, in cui si fa riferimento, al di fuori dell’ambito di specifiche ipotesi di responsabilità amministrativa, ad un diffuso modo di operare illegale di rilevanza penale di esponenti della criminalità mafiosa attraverso una congerie di rapporti di frequentazione o di parentela indistintamente con amministratori, funzionari e dipendenti comunali e con soggetti esterni titolari di incarichi conferiti dal Comune di Villabate.
Tali dichiarazioni, in assenza di obiettivo riscontro fattuale, si risolvono, per quanto qui interessa, in sterili affermazioni del tutto insufficienti per provare la responsabilità amministrativa azionata nei confronti degli odierni appellati per cui non consentono di avere una compiuta consapevolezza del ruolo assunto dagli stessi sulla causazione del danno ipotizzato.
In altri termini, non è stata addotta piena prova di specifici comportamenti assunti dagli appellati in violazione dei canoni minimi di buona amministrazione di cui all’art.97 della Costituzione, per non avere impedito l’infiltrazione mafiosa ed il conseguente scioglimento del consiglio comunale.
Sulla base delle suesposte argomentazioni, considerato che da parte dell’appellante procuratore regionale non è stato assolto pienamente l’onere della prova della responsabilità amministrativa ascritta agli odierni appellati, si ritiene infondato l’appello che viene, quindi, rigettato; conseguentemente resta integralmente confermata la sentenza impugnata.
La conferma in via definitiva del pieno proscioglimento nel merito degli odierni appellati comporta che il Collegio giudicante, ai sensi dell’art.10 bis, comma 10, della legge n.248/2005, di conversione del D.L. n. 203/2005, come integrato dall’art.17, comma 30 quinquies, del D.L. 78/2009 convertito in legge 102/2009, debba procedere alla liquidazione delle spese del presente giudizio di appello ai fini del relativo rimborso delle stesse da parte del Comune di Villabate e del Ministero dell’interno in proporzione alle quote del danno attributo rispettivamente a ciascuna di dette amministrazioni.
In mancanza di nota spese, il Collegio determina i soli onorari di difesa e liquida per ciascuno dei difensori degli appellati costituiti in giudizio la somma di € 3.500, 00 (tremilacinquecento,00) oltre IVA e CPA.
Per i difensori che assistono più appellati aventi la stessa posizione processuale l’onorario unico sopra quantificato è liquidato in base alle modalità stabilite nel comma 4 dell’art.5 relativo ai criteri generali di liquidazione della tariffa avvocati approvata con DM 8 aprile 2004 n.127 (l’onorario unico può essere aumentato per ogni parte oltre la prima del 20% fini ad un massimo di dieci).
P.Q.M.
la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale di appello per la Regione siciliana rigetta l’appello del procuratore regionale con conseguente conferma della sentenza appellata.
Liquida, in base alle modalità indicate nelle premesse, per ciascuno dei difensori degli appellati la somma di € 3.500, 00 per onorari di difesa oltre IVA e CPA; non vengono liquidati diritti non essendo stata prodotta parcella.
Nel caso di difensori, che assistono più appellati aventi la stessa posizione processuale, l’onorario unico sopra quantificato è liquidato in base alle modalità stabilite nel comma 4 dell’art.5 relativo ai criteri generali di liquidazione di cui alla tariffa avvocati approvata con DM 8 aprile 2004 n.127.

Così deciso in Palermo, nella camera di consiglio del 20 aprile 2011.


mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmGazzetta n. 114 del 17 maggio 2004 (vai al sommario)

PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 27 aprile 2004

Scioglimento del consiglio comunale di Villabate


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visto che con decreto del Presidente della regione Siciliana, in data 20 novembre 2003, e' stato preso atto della cessazione, per dimissioni, dalla carica del sindaco del comune di Villabate (Palermo), eletto nelle consultazioni amministrative del 25 novembre 2001, con contestuale nomina di un commissario straordinario con il compito di esercitare le attribuzioni di sindaco e giunta;

Constatato che dall'esito di approfonditi accertamenti, sono emersi collegamenti diretti ed indiretti tra parte degli organi rappresentativi del comune di Villabate e la criminalita' organizzata;

Constatato che tali collegamenti espongono l'amministrazione stessa pressanti condizionamenti, compromettendo la libera determinazione degli organi ed il buon andamento della gestione del comune di Villabate;

Rilevato, altresi', che la permeabilita' dell'ente ai condizionamenti esterni della criminalita' organizzata arreca grave pregiudizio allo stato della sicurezza pubblica e determina lo svilimento delle istituzioni e la perdita di prestigio e di credibilita' degli organi istituzionali;

Ritenuto che, al fine di rimuovere la causa del grave inquinamento e deterioramento dell'amministrazione comunale, si rende necessario far luogo allo scioglimento degli organi ordinari del comune di Villabate, per il ripristino dei principi democratici e di liberta' collettiva;

Visto l'art. 143 del decreto legislativo 13 agosto 2000, n. 267;

Vista la proposta del Ministro dell'interno, la cui relazione e' allegata al presente decreto e ne costituisce parte integrante;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 23 aprile 2004, alla quale e' stato debitamente invitato il Presidente della regione Siciliana;

Decreta:
Art. 1
.
Il consiglio comunale di Villabate (Palermo) e' sciolto per  la durata di diciotto mesi.

Art. 2
 
La gestione del comune di Villabate (Palermo) e' affidata alla commissione straordinaria composta da: dott. Giuseppe Rizzo  prefetto; dott.ssa Ester Mammano - viceprefetto; dott. Salvatore Di Marca - dirigente di II fascia.

Art. 3
 
La commissione straordinaria per la gestione dell'ente esercita, fino all'insediamento degli organi ordinari a norma di legge, le attribuzioni spettanti al consiglio comunale, alla giunta ed al sindaco nonche' ogni altro potere ed incarico connesso alle medesime cariche.
Dato a Roma, addi' 27 aprile 2004

CIAMPI
Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Pisanu, Ministro dell'interno Registrato alla Corte dei conti il 5 maggio 2004 Ministeri istituzionali, registro n. 4, Interno, foglio n. 91

Allegato

Al Presidente della Repubblica

Il comune di Villabate (Palermo), i cui organi elettivi sono stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 25 novembre 2001, presenta un contesto ambientale di ingerenza della criminalita' organizzata finalizzata alla manipolazione di attivita' economiche connesse al settore pubblico.

Invero, a seguito di rilevazioni condotte dalle forze dell'ordine, nelle quali si evidenziavano situazioni che lasciavano supporre il configurarsi di condizionamenti mafiosi all'interno del comune di Villabate, il prefetto di Palermo ha disposto, con provvedimento in data 8 ottobre 2003, l'accesso presso il suddetto ente, ai sensi dell'art. 1, quarto comma, del decreto-legge 6 settembre 1982, n. 629, convertito dalla legge 12 ottobre 1982, n. 726, e successive modificazioni ed integrazioni.

Nelle more dell'espletamento dell'attivita' ispettiva, il sindaco ha presentato le dimissioni dalla carica, cui hanno fatto seguito quelle di sei consiglieri. Il presidente della regione Siciliana ha proceduto, con proprio decreto in data 20 novembre 2003, alla nomina di un commissario straordinario con i poteri di sindaco e giunta, ai sensi dell'art. 11 della legge regionale 15 settembre 1997, n. 35, e successive modifiche

Gli accertamenti svolti tanto dalle competenti autorita' investigative quanto dalla commissione d'accesso, confluiti nella relazione commissariale conclusiva della procedura, cui si rinvia integralmente, avvalorano l'ipotesi della esistenza di fattori di inquinamento dell'azione amministrativa dell'ente locale a causa dell'influenza della criminalita' organizzata fortemente radicata sul territorio.

Fin dal 1998, indagini giudiziarie hanno messo in luce che nell'area geografica in cui e' collocato l'ente opera da tempo una stabile e potente organizzazione criminale in grado di condizionare l'operato degli amministratori e di esercitare il controllo su attivita' economiche e procedure amministrative quali le aggiudicazioni di appalti pubblici, incarichi e autorizzazioni, grazie anche alla rete di conoscenze e contatti intrattenuti dal suo massimo esponente con il mondo politico, imprenditoriale e con altre consorterie mafiose.

Le stesse indagini avevano gia' rilevato, in particolare, stretti rapporti di parentela, amicizia e frequentazione di amministratori locali con il predetto o con suoi uomini di fiducia. Tali risultanze sono state determinanti ai fini dell'adozione, il 20 aprile 1999, deI provvedimento di scioglimento per infiltrazioni mafiose nei confronti del consiglio comunale di Villabate.

Le suindicate situazioni sono state riscontrate anche nel corso di piu' recenti accertamenti che hanno evidenziato come il citato personaggio sia ancora l'esponente di maggiore spessore del contesto mafioso locale e tuttora in grado di condizionare direttamente o indirettamente anche l'amministrazione che e' seguita a quella destinataria del provvedimento di rigore, sussistendo fra le stesse sostanziale continuita'. Oltre al sindaco, all'epoca assessore comunale, risultano infatti confermati nella rinnovata compagine amministrativa diversi assessori e consiglieri di maggioranza del precedente governo locale, nonche' un ex consigliere di minoranza che, rieletto e dissociatosi dal proprio gruppo, ha conseguito la presidenza del consiglio su proposta e con i voti della maggioranza. Ex amministratori sono stati chiamati inoltre a ricoprire importanti incarichi gestionali e professionali all'interno del comune. Cio' ha di fatto consentito agli stessi di continuare ad influire, in alcuni casi, anche in modo determinante, attesi delicati settori cui sono stati proposti, nelle scelte gestionali dell'ente.

E' emersa altresi' la persistenza di rapporti di contiguita' - parentela, frequentazione e cointeressenze di natura economica - di diversi amministratori e persone interne al comune, in quanto nominate esperti, consulenti e tecnici, con soggetti della cosca locale o comunque ad essa vicini. Anche tra i neoeletti consiglieri si sono riscontrati legami parentali o frequentazioni con esponenti della malavita locale. Le forze dell'ordine hanno inoltre accertato che in prossimita' della casa comunale e, in talune circostanze, in concomitanza con le sedute del consiglio comunale, anche all'interno dell'ente, si sono tenuti incontri tra soggetti appartenenti a famiglie mafiose o alle stesse contigue, consiglieri comunali e persone con incarichi di rilievo all'interno dell'amministrazione.

Anche la struttura burocratica del comune non e' esente da legami con esponenti della locale consorteria. Riveste significativa rilevanza la circostanza che una impiegata che, all'epoca del precedente scioglimento era stata indicata in stretti rapporti con un esponente mafioso e trasferita a diverso ufficio al tempo della gestione straordinaria, sia stata scelta dal sindaco come diretta collaboratrice.
Come esposto nella relazione commissariale, le vicende relative agli appalti di opere pubbliche e di pubblici servizi appaiono tali da far ritenere verosimilmente il condizionamento da interessi malavitosi.

L'organo ispettivo, infatti, nel rappresentare che l'attivita' contrattuale del comune concernente l'affidamento di appalti di servizi e di lavori pubblici, laddove di importo modesto, non sia stata plausibilmente oggetto di particolare interesse da parte della criminalita' organizzata, ha rilevato come in altri casi le irregolarita' procedurali riscontrate, sostanziando violazione dei principi di trasparenza, correttezza e concorrenza possano essere ragionevolmente considerate strumentali al perseguimento di fini illeciti, anche in considerazione della personalita' di alcuni soggetti beneficiari delle aggiudicazioni.

In alcuni casi, gli aggiudicatari di lavori e servizi prescelti tramite gara d'appalto si sono rivelati vicini alla locale consorteria. E' significativa la vicenda relativa all'affidamento del servizio di pulizia del centro abitato, raccolta differenziata e cura del verde pubblico, per il quale erano stati fissati nel bando requisiti particolarmente restrittivi, tali da avvantaggiare una delle cooperative in concorso, nell'assetto amministrativo della quale figurano anche soggetti vicini all'ambiente malavitoso. L'irragionevolezza di uno di detti requisiti e' stata altresi' motivo dell'annullamento, da parte del giudice amministrativo di primo grado, del relativo bando di gara e del verbale di aggiudicazione.

Elemento concludente della permeabilita' delle scelte operate dall'amministrazione agli interessi della criminalita' organizzata e' la vicenda della programmazione del centro commerciale, nella quale l'uso distorto della cosa pubblica appare rivolto a favorire soggetti collegati direttamente o indirettamente con gli ambienti malavitosi.
Gli accertamenti svolti hanno evidenziato che la pericolosa consorteria operante nel territorio si e' infatti avvalsa di diramazioni all'interno dell'amministrazione comunale, per trarre profitto da uno dei piu' importanti investimenti produttivi posti in essere nella zona. Viene rilevato in proposito che la realizzazione del centro commerciale costituisce da tempo un'operazione economico-speculativa di grande interesse per la malavita organizzata. In tale contesto la condizione di contiguita' emersa nel corso degli accertamenti, in particolare, tra un esperto nominato dal sindaco e gli ambienti della locale consorteria, costituisce lo strumento attraverso il quale si e' perfezionata la strumentalizzazione delle scelte amministrative.

L'organo ispettivo ha rappresentato in proposito che, gia' durante le iniziali fasi istruttorie della programmazione urbanistica commerciale del comune, avviate dalla commissione straordinaria insediatasi nel 1999 e sfociate poi nella localizzazione di una struttura integrata di vendita, veniva dato inizio ad una operazione speculativa da parte di persona di fiducia del boss locale per la precostituzione del possesso in capo ad una societa' di una vasta area situata nel comune di Villabate, per l'impianto di un centro commerciale. Gia' prima dell'approvazione del piano, venivano pertanto sottoscritti numerosi contratti preliminari di vendita con i titolari dei terreni in questione a condizioni particolarmente remunerative per gli intermediari. Il 16 novembre 2001, la commissione decideva, pero', di revocare il piano gia' approvato per adeguarlo alle osservazioni presentate da privati ed associazioni e per ottemperare ai rilievi formulati dall'ufficio del genio civile, stabilendo, nel contempo, che andasse utilizzata la procedura espropriativa per la disponibilita' delle aree. L'amministrazione comunale appena insediatasi incaricava, per l'elaborazione del piano urbanistico commerciale, una unita' di progetto, che predisponeva il piano disattendendo le prescrizioni dettate dalla commissione straordinaria in ordine all'utilizzo della procedura espropriativa, e consentendo a coloro che avevano la disponibilita' di lotti di superficie complessiva pari al 75% del totale dell'area, di presentare il relativo progetto di sviluppo. In tale assetto il piano veniva approvato dal consiglio. Ai lavori della unita' di progetto partecipava l'esperto incaricato dal sindaco, il quale, amministratore nella disciolta compagine amministrativa e ritenuto contiguo dagli organi investigativi alla consorteria locale, era nelle condizioni di conoscere l'operazione speculativa e di consentirne il buon esito. La commissione regionale urbanistica, esprimendo parere contrario in ordine agli elaborati inerenti la programmazione del centro, ne bloccava la realizzazione.
Sebbene la predetta questione non sia stata ancora definita, dal momento che il TAR della Sicilia, adito dalla societa' interessata alla acquisizione dei terreni per l'impianto del centro, ha disposto che i competenti uffici dell'assessorato regionale procedano al riesame della vicenda, l'insieme dei fatti e delle circostanze rappresentati e' chiaramente indice di permeabilita' dell'amministrazione comunale all'influenza della criminalita' organizzata.

Da quanto emerge dall'accesso esperito, gli organi di governo hanno di fatto privilegiato nella gestione della cosa pubblica la cura di interessi estranei al perseguimento delle finalita' pubbliche. Il clientelismo e i favoritismi hanno ingenerato perdita di prestigio e di credibilita' delle istituzioni e, quindi, diffuso malcontento nella popolazione che ha trovato espressione in alcuni esposti.

La penetrazione dell'attivita' criminosa nell'ente ha favorito il consolidamento di un sistema di connivenze e collusioni che, di fatto, priva la comunita', delle fondamentali garanzie democratiche.
Il complesso degli elementi riscontrati manifesta chiaramente che si e' determinato in quell'ente uno stato di alterazione del libero convincimento per effetto delle interferenze di fattori esterni al quadro degli interessi locali, riconducibili alla criminalita' organizzata che pregiudicano le fondamentali garanzie democratiche.
Il delineato clima di grave condizionamento e degrado in cui versa il comune di Villabate, la cui capacita' di determinazione risulta compromessa, l'inosservanza del principio di legalita' nella gestione dell'ente e l'uso distorto delle pubbliche funzioni hanno compromesso le legittime aspettative della popolazione ad essere garantita nella fruizione dei diritti fondamentali, minando la fiducia dei cittadini nella legge e nelle istituzioni. Pertanto, il prefetto di Palermo, con relazione del 1° marzo 2004, che si intende integralmente richiamata, ha proposto l'applicazione della misura di rigore prevista dall'art. 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, su conforme parere del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, appositamente riunito in data 27 febbraio 2004.

La descritta condizione esige un intervento risolutore da parte dello Stato, mirato a rimuovere i legami tra l'ente locale e la criminalita' organizzata che arrecano grave e perdurante pregiudizio per lo stato generale dell'ordine e della sicurezza pubblica.
Per le suesposte considerazioni si ritiene necessario provvedere, con urgenza, ad eliminare ogni ulteriore motivo di deterioramento e di inquinamento della vita amministrativa e democratica dell'ente, mediante provvedimenti incisivi a salvaguardia degli interessi della comunita' locale

La valutazione della situazione in concreto riscontrata, in relazione alla presenza ed all'estensione dell'influenza criminale, rende necessario che la durata della gestione commissariale sia determinata in diciotto mesi.
Rilevato che, per le caratteristiche che lo configurano, il provvedimento dissolutorio previsto dall'art. 143 del citato decreto legislativo puo' intervenire finanche quando sia gia' stato disposto provvedimento per altra causa, differenziandosene per funzioni ed effetti, si formula rituale proposta per l'adozione della misura di rigore nei confronti del comune di Villabate (Palermo) con conseguente affidamento per la durata di diciotto mesi della gestione dell'ente ad una commissione straordinaria cui, in virtu' dei successivi articoli 144 e 145, sono attribuite specifiche competenze e metodologie di intervento finalizzate a garantire nel tempo la rispondenza dell'azione amministrativa alle esigenze della collettivita'. 

Roma, 22 aprile 2004

Il Ministro dell'interno: Pisanu

 http://www.gazzettaufficiale.biz/atti/2004/20040114/04A05057.htm




La soluzione passa da Padova


Potrebbe passare da Padova la soluzione dell'omicidio di Isola delle Femmine in cui rimase ucciso l'imprenditore   Vincenzo Enea che all'epoca aveva 47 anni. La questura siciliana, infatti, avrebbe deciso di inviare la pistola con la quale sarebbe stato freddato l'imprenditore l'8 giugno del 1982 perché venga esaminata dagli esperti balistici della Scientifica padovana diretta dal Primo dirigente Carmine Grassi. Le indagini da allora non sono mai approdate all'identificazione del killer, anche se pare che l'omicidio sia maturato in un contesto mafioso e la procura siciliana avrebbe anche individuato un possibile esecutore materiale dell'uccisione di Enea, partendo da alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia

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