L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























venerdì 31 agosto 2012

TARANTO PARTE CIVILE


TARANTO PARTE CIVILE di Stefano Palmisano

  "Le concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell'Ilva di Taranto - che hanno determinato la continua e costante dispersione nell'aria ambiente di enormi quantità di polveri nocive e di altri inquinanti di accertata grave pericolosità per la salute umana (alla cui esposizione costante e continuata sono correlati eventi di malattia e di morte, osservati con picchi innegabilmente preoccupanti, rispetto al dato nazionale e regionale, nella popolazione della città di Taranto, specie tra i residenti nei quartieri Tamburi e Borgo, più vicini allo stabilimento siderurgico, nonché la contaminazione di terreni ed acque ed animali destinati all'alimentazione umana [….] - integrano senz'altro l'elemento materiale del reato in esame (quello di disastro ambientale, n.d.r.), in termini di condotta ed evento di disastro." 

Così il Tribunale del Riesame di Taranto nella nota ordinanza depositata (il 20\8 u.s.) nel procedimento penale a carico dei massimi dirigenti dell'Ilva, nonché dello stabilimento di Taranto. Dunque, a Taranto è stato consumato un reato di disastro ambientale.
 Ad affermarlo, ora, non sono più solo una Procura della Repubblica o una qualsiasi "zitella rossa" (per dirla con un nobile foglio che, per decenza e attendibilità, potrebbe egregiamente figurare nel reparto riviste pornografiche, più che in quello dei quotidiani) travestita da G.I.P., ma anche un Tribunale Collegiale. E' un importantissimo passaggio procedimentale.
 La conferma della sussistenza di questo illecito, infatti, consolida l' accusa nel suo punto giuridicamente più significativo, perché si afferma, da parte del Riesame, che il delitto in questione è stato integralmente compiuto dagli indagati nella sua forma più grave, quella prevista dal 2° comma dell'art. 434 c.p., ossia quello che prevede il disastro e i conseguenti danni e non solo "gli atti preparatori" dello stesso (com'è, invece, disposto dal 1° comma). 


Ipotesi di reato, quella "di danno", per la quale, infatti, è prevista una pena decisamente più pesante (da tre a dodici anni di reclusione) rispetto a quella disposta per la fattispecie più lieve (da uno a cinque anni). Ma, nel caso di specie, v'è ancora di più. Da quello che si legge nell'ordinanza, in quella martoriata città non solo si è arrivati al disastro ambientale vero e proprio, ma si è oltrepassata ampiamente anche la soglia della mera esposizione a pericolo del bene incolumità pubblica, protetto dalla norma penale, attingendo ampiamente, anche in questo caso, lo stadio del danno. Quest'ultima forma di nocumento, diffusa e devastante, è costituita, com'è facilmente intuibile, dai trenta morti annui e dalle centinaia di malati attribuiti dalla perizia epidemiologica, effettuata in sede d'incidente probatorio, all'inquinamento provocato dall'Ilva. Questi "danni", tuttavia, non rientrano formalmente in questo procedimento penale, giacché, tra le imputazioni a carico degli indagati non c'è quella di lesioni né di omicidio colposo. 

In pratica, quelle vittime, singolarmente intese, in quanto tali, da questo procedimento non avranno, comunque, giustizia. Non è, pertanto, solo un imprescindibile moto della coscienza civile quello che impone di prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di allargare lo spettro delle ipotesi di reato a base di questo procedimento o di farne avviare uno autonomo incentrato sulle lesioni (ovvero sulle malattie) e sugli omicidi (cioè sulle morti) colposi seriali che sono più che verosimilmente ascrivibili a tutti o a parte di questi stessi indagati. E' un gran numero di atti d'indagine e di prova già contenuti in questo stesso fascicolo processuale che milita univocamente in tal senso, a partire proprio dalla perizia epidemiologica, che dall'ordinanza del Riesame esce poderosamente rafforzata in tutte le sue componenti e che costituisce una pressante invocazione all'Organo investito di quest'attribuzione, ossia la Procura della Repubblica, a "completare" l'ottimo lavoro svolto finora provando a rendere giustizia non solo, in generale, ad un territorio massacrato dalla brama di profitto di un pugno di padroni delle ferriere, ma anche, nello specifico, a chi materialmente ha pagato o sta pagando sulla sua pelle questo scellerato modo di "fare impresa". E la conferma più autorevole a questa (doverosa) prospettiva di completamento dell'azione penale la si trova ancora nel provvedimento del Riesame.

Difatti, rispondendo alla consueta, vieta, eccezione difensiva dei legali degli indagati sull'inidoneità della stima epidemiologica a far affermare il nesso causale tra le condotte criminose contestate ai dirigenti Ilva e la verificazione del disastro ambientale, il Tribunale le liquida come "prive di pregio". Ma i Giudici di secondo grado non si fermano lì, e chiosano questa parte dell'ordinanza con un'illuminante periodo: "peraltro, a parere del Collegio, una relazione causale di tipo probabilistico riconosciuta in via prevalente dalla comunità scientifica potrebbe rendere possibile, anche con riferimento alle morti ed alle malattie, giungere nel caso di specie ad un giudizio prossimo alla certezza, espresso in termini di probabilità logica o credibilità razionale, in ordine alla loro derivazione causale dalle emissioni inquinanti." Traduzione: anche una "mera" perizia epidemiologica, se fatta bene, può esser, da sola, sufficiente a dimostrare che un numero, più o meno alto, di persone si sono ammalate e\o sono morte per la massa di cancerogeni in libertà che si sprigionava e si sprigiona ancora dallo stabilimento Taranto. 

E anche secondo il Tribunale del Riesame la perizia dei professori Forastiere, Triassi e Biggeri è fatta molto bene. Tuttavia, coloro che hanno subito un danno in questa vicenda non sono solo i malati, i morti o i parenti di questi ultimi. Pur in maniera assai meno grave, tutti i residenti nelle zone più esposte alle immissioni nocive del siderurgico sono, in forma diversa, danneggiati, quantomeno sotto il profilo "morale", dal reato di disastro ambientale. Dunque, potrebbero chiedere il risarcimento di questi danni, o costituendosi parte civile in questo processo oppure (com'è preferibile, per evitare di intasare il giudizio di parti civili che, fatalmente, rallenterebbero il procedimento) promuovendo un'autonoma causa civile di danno. Lo ha affermato chiaramente la Cassazione, in varie occasioni: "Il responsabile del disastro ambientale deve risarcire il danno morale ai residenti nell'area in quanto soggetti a rischio: va ristorata la lesione costituita dalla paura di ammalarsi come conseguenza del reato." Insomma, Taranto, o almeno la parte più colpita di essa, può finalmente costituirsi parte civile, anche formalmente in ambito giudiziario, e presentare il conto dei danni (quando mai sia possibile effettuare un conto del genere) a chi ne ha fatto un emblema europeo di inquinamento, di malattia e di morte.
Se non ora, quando?

Fasano, 30\8\2012
Stefano Palmisano  


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Emissioni, l’inquietudine dell’Arpa

di DOMENICO PALMIOTTI
TARANTO - L’ex direttore dello stabilimento siderurgico, Luigi Capogrosso, si era opposto all’installazione di nuove centraline per controllare l’inquinamento. «Figuriamoci se ce le facciamo mettere in casa» aveva detto, stando a quello che emerge nelle intercettazioni che sono nell’inchiesta giudiziaria sull’Ilva. Bruno Ferrante, presidente del cda dell’azienda dal 10 luglio e da martedì scorso anche custode-amministratore per le aree sequestrate dalla Magistratura, non solo le ha accettate ma ha detto sì anche al loro potenziamento. Le nuove centraline da installare lungo il perimetro del siderurgico dovevano infatti essere quattro, stando all’accordo che Ilva, Arpa e Regione avevano raggiunto nel tavolo tecnico a Bari del 6 agosto. Ieri però, in un incontro tra Arpa e Ilva, quest’ultima ha deciso di portarle a sei. Certo, l’azienda oggi non è più nelle condizioni di sottrarsi alle verifiche, ma l’incremento delle centraline è comunque un dato di fatto. 

«Abbiamo concordato sia l’ubicazione che la loro specificità - afferma Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia -. Le centraline terranno sotto controllo una serie di inquinanti tra cui il Pm10, il benzoapirene e i metalli». Particolarmente vigilata sarà l’area che va dalla cokeria verso le case del rione Tamburi: qui ne verranno installate due. «Su questa direttrice - dice Assennato - avremo in tutto quattro centraline, compresa quella già attiva in via Macchiavelli». Gli altri quattro impianti verranno invece installati ai quattro punti cardinali del siderurgico. «Trascorreranno i tempi tecnici necessari per averle ed installarle, dopodichè le centraline saranno in funzione» dice Assennato, che si dichiara «soddisfatto» per l’intesa trovata con l’Ilva. Oltre ad abbattere l’inquinamento, dobbiamo rafforzare i monitoraggi ambientali per dare il senso di un’azienda che ha cambiato registro e vuole essere trasparente nel rapporto con le pubbliche amministrazioni e i cittadini, aveva detto giorni fa lo stesso presidente Ferrante. 

Di qui, l’accordo con i custodi giudiziali per installare, nelle aree sequestrate, le telecamere di videosorveglianza e tenere sott’osservazione, nelle 24 ore, quello che accade nell’Ilva e quindi anche emissioni anomale e incontrollate. Ieri il secondo passo con le nuove centraline. «Invito a rileggersi le nostre relazioni chi dice che l’Arpa solo adesso è diventata rigorosa sull’Ilva - afferma Assennato -. Abbiamo sempre detto che si sono fatti passi avanti sulla diossina grazie anche alla legge regionale, ma che benzoapirene e Pm10, le polveri sottili, restavano e restano due criticità da affrontare». 
Sulle polveri, per esempio, l’Arpa insiste nel chiedere (e lo ha fatto anche in sede di riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale all’Ilva) che si coprano i parchi minerali del siderurgico. «E’ questo l’unico sito pugliese - rileva Assennato - dove le polveri sospese, proprio perchè sono tante, diventano ancor più sospese quando ci sono particolari condizioni di vento. L’Ilva ci dice che i parchi sono troppo grandi per essere coperti? Beh, ce lo dimostrino tecnicamente, dopodichè, se questo davvero non si rivelerà possibile, bisognerà studiare e trovare altre soluzioni, partendo da un notevole abbassamento, parliamo di almeno del 20 per cento, dell’altezza dei cumuli delle materie prime». 

Assennato evidenzia l’emergenza dei parchi minerali perchè il 27 agosto, giornata di vento forte, i valori di Pm10 hanno fatto il botto e a soffrine è stato, come sempre, il rione Tamburi. «Con le polveri siamo a 35 superamenti a fine agosto. Di questo passo a fine anno saremo certamente a quota 50» afferma Assennato. E si è verificato lo stesso anche per il benzoapirene? «Per il benzoapirene - dice il direttore generale dell’Arpa - non c’è lo stesso rilevamento che si fa per le polveri. Si effettua un monitoraggio attraverso una serie di filtri in un certo numero di giorni a campione. I diversi filtri vengono poi uniti e da qui si estrae il risultato. Bisogna vedere se quel giorno di vento intenso era uno di quelli soggetti a campionamento, fermo restando che nell’ambito di una rilevazione mensile i valori poi si diluiscono. Non così, invece, per le polveri, dove ogni due ore c’è un sensore che scatta e io posso leggere i risultati anche sul mio cellulare». 
Ieri, infine, è terminato il primo step di lavoro della commissione tecnica incaricata di predisporre la nuova Aia dell’Ilva. I tecnici torneranno il 3 settembre. «Il cronoprogramma è serrato e si va avanti a tappe forzate - osserva Assennato -. Poichè si sa come intervenire, occorre buona volontà e impegno da parte di tutti».





Ilva, al via missione nuova Aia. Ferrante reintegrato tra i custodi

Bruno Ferrante - Presidente IlvaIl presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, è stato reintegrato dal Tribunale del Riesame di Taranto tra i custodi giudiziari, nell’ambito del procedimento sul sequestro di sei impianti dell’area a caldo dell’acciaieria tarantina. Le motivazioni saranno rese note nei prossimi giorni, ma di fatto i giudici del Riesame hanno dichiarato “l’inefficacia dei decreti emessi dal gip Todisco il 10 e 11 agosto scorsi, con cui veniva revocata la nomina a custode di Ferrante”. Nominato tra i custodi giudiziari il 7 agosto scorso, il presidente dell’Ilva ne era stato escluso quattro giorni dopo, per decisione del gip Todisco. “Dobbiamo dimostrare a Taranto che è possibile coniugare salute e lavoro”. Così Ferrante ha voluto replicare ai dubbi degli ambientalisti sulla possibilità che l’Ilva ottenga la nuova Aia. Intanto, è partito il lavoro della Commissione ministeriale incaricata di riesaminare l’Autorizzazione integrata ambientale sotto accusa, quella rilasciata all’Ilva il 4 agosto dell’anno scorso. I tecnici, coordinati da Carla Sepe, hanno affrontato le criticità delle cokerie, uno dei sei reparti dell’area a caldo del siderurgico tarantino sequestrati nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. Domani, invece, la Commissione si occuperà dell’impianto di agglomerazione. Gli 8 componenti del gruppo istruttore sono supportati da altri 12 esperti dei ministeri di Ambiente e Sviluppo economico, del Cnr, dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e del’Istituto superiore di sanità.
La relazione istruttoria dovrà essere sul tavolo del ministro dell’Ambiente per fine settembre. Lo stesso Clini tornerà a Taranto 14 settembre, per fare il punto sullo stato dei lavori e incontrare le associazioni che hanno chiesto di essere coinvolte. Il 15 ottobre, invece, è prevista la Conferenza dei servizi che dovrebbe rilasciare la nuova autorizzazione.
Sul caso Ilva, il ministro Clini e il suo collega per lo Sviluppo economico, Passera, riferiranno all’Aula del Senato il prossimo 5 settembre.
Intanto, una buona notizia arriva da Bruxelles: L’Ue ha elaborato un piano a sostegno dell’acciaio in Europa. Sono pronti incentivi per sostenere il settore delle costruzioni e dell’auto, principali clienti dell’industria siderurgica, con l’aiuto della Banca Europea degli Investimenti: l’annuncio è di Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea responsabile per industria e imprenditoria. 


Regione Puglia: stretta sul controllo diossine e polveri sottili all’Ilva di Taranto


Confermati dall’Ilva di Taranto gli impegni richiesti dalla regione Puglia in sede di tavolo tecnico il 30 agosto. In particolare saranno sei, e non più quattro, le nuove centraline di monitoraggio dell’aria, inoltre sarà operativo per settembre il monitoraggio continuo delle diossine al camino E312. Per il 14 settembre convocato a Bari un tavolo istituzionale

venerdì 31 agosto 2012 20:39

Regione Puglia: stretta sul controllo diossine e polveri sottili all’Ilva di Taranto

L’Ilva di Taranto ha accettato le richieste avanzate dalla regione Puglia, e discusse dall’Arpa Puglia in sede di tavolo tecnico il 30 agosto 2012. Tra le novità il monitoraggio in continuo delle diossine operativo per settembre e l’ubicazione di sei, e non più quattro, centraline della qualità dell’aria poste lungo il perimetro dell’area industriale di Taranto. “Abbiamo concordato – ha spiegato Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia ai giornali - sia l’ubicazione che la loro specificità. Particolarmente vigilata sarà l’area che va dalla cokeria verso le case del rione Tamburi: qui ne verranno installate due. Su questa direttrice – ha poi detto Assennato - avremo in tutto quattro centraline, compresa quella già attiva in via Macchiavelli. Gli altri quattro impianti verranno invece installati ai quattro punti cardinali del siderurgico. Trascorreranno i tempi tecnici necessari per averle ed installarle, dopodichè le centraline saranno in funzione”.

Soddisfatto anche l'Assessore alla Qualità dell'Ambiente Lorenzo Nicastro. “Il tavolo tecnico tra Arpa Puglia e Ilva si è concluso ieri sera con la conferma degli impegni presi dall'azienda nell'incontro presso la Regione Puglia del 6 agosto scorso rispetto alla necessità del monitoraggio in continuo delle diossine al camino E312 che sarà operativo entro settembre e in relazione al monitoraggio della qualità dell’aria al perimetro dello stabilimento. Avevamo stabilito in quella sede – ha commentato Nicastro - l'installazione di 4 nuove centraline, ma saranno 6, per tenere sotto controllo l'aria nelle immediate vicinanze dello stabilimento. Le nuove installazioni, a supporto di quelle già presenti, dovranno in particolar modo monitorare gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (Ipa) totali con distinzione del benzo(a)pirene, le polveri sottili (Pm10 e Pm2,5), il benzene, le poveri totali depositabili e le diossine depositate al suolo attraverso l'uso di deposimetri. Il tavolo di lavoro tra azienda e Arpa concordato all'inizio di agosto e tenutosi oggi si è chiuso con l'impegno all'installazione delle centraline da parte dell'azienda”.

“Ritengo questo passaggio una inversione di tendenza rispetto al passato. Credo che non ci sia stato, nella storia dei rapporti dell'azienda con le istituzioni locali, un momento più favorevole di questo per raggiungere l'obiettivo della reale ambientalizzazione dello stabilimento. Adesso – ha quindi auspicato Nicastro – attendiamo che gli impegni vengano messi in pratica”.

Vendola convoca Tavolo istituzionale per il 14 settembre a Bari.
Il Presidente della regione Puglia Nichi Vendola, d’intesa con il Ministro per l’Ambiente Corrado Clini e il Ministro allo Sviluppo economico, Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera, ha convocato il Tavolo istituzionale sull’Ilva, con Governo, Regione ed Enti Territoriali, per venerdì 14 settembre alle ore 10.30 a Bari presso Villa Romanazzi Carducci (Sala Federico II). Al Tavolo istituzionale ha assicurato la sua partecipazione l’onorevole Antonio Tajani, Vice Presidente della Commissione europea, responsabile per l’industria e l’imprenditoria.
I lavori avranno il seguente calendario:
- ore 10.30 incontro riservato ai rappresentanti istituzionali
- ore 11.30 incontro con i rappresentanti istituzionali e il Presidente dell’Ilva
- ore 12.00 incontro con i rappresentanti istituzionali, sindacali CGIL, CISL, UIL e UGL nazionali, regionali e di comparto, di Confindustria e con il Presidente dell’Ilva.

Al Tavolo istituzionale sono stati invitati i parlamentari Raffaele Fitto, Nicola Latorre, Pasquale Nessa, Salvatore Ruggeri e Ludovico Vico, il Vice Presidente del Parlamento europeo Gianni Pittella e gli europarlamentari Raffaele Baldassarre, Paolo De Castro, Niccolò Rinaldi, Sergio Silvestris e Salvatore Tatarella. Inoltre sono stati anche invitati gli onorevoli Amalia Sartori, componente dell’Ufficio di Presidenza della Commissione europea e presidente della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (ITRE) e Perech Bores, Presidente della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali.

http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=113227

Clini e il sì al petrolio:«Tutto secondo legge»

Il ministro: «Se ci sarà greggio, bisogna pesare vantaggi e svantaggi e decidere insieme a Croazia e Slovenia»


Il ministro Corrado CliniIl ministro Corrado Clini

«Abbiamo semplicemente applicato la legge vigente. E l’ok non è alla coltivazione di idrocarburi in Adriatico ma alle sole prospezioni con tecnica air-gun per capire cosa c’è nel sottosuolo: la richiesta, con la normativa attuale, non poteva non essere presa in considerazione, visto che esclude le aree interdette (fino a 5 miglia dalle coste italiane e fino a 12 miglia dal limite esterno delle aree marine protette e di tutte le altre zone sottoposte a tutela, ndr). Anche le amministrazioni locali devono avere consapevolezza del contesto in cui ci si muove: tutti esercitino la loro responsabilità nell’ambito delle leggi, perché non vince chi strilla di più». Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini risponde così «all’insurrezione di Puglia» successiva alla divulgazione da parte dell’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro dell’ok del ministero alle prospezioni alle Isole Tremiti. E si meraviglia della meraviglia dall’assessore.
Ministro, l’assessore è rimasto sorpreso del suo ok alle prospezioni alle Tremiti alla vigilia di Ferragosto, nel periodo in cui la sua presenza in Puglia è stata frequente in relazione alla vicenda Ilva. Insomma, si chiedono in Puglia, poteva dirlo prima che scriverlo...
«Facciamo chiarezza sull’argomento, perché il primo a meravigliarsi della meraviglia sono io. In primo luogo, il ministero ha applicato semplicemente la legge: originariamente i permessi richiesti riguardavano anche aree che in base al decreto legislativo 128 del 2010 dovevano essere escluse. Successivamente, nel gennaio 2011, la società Petroceltic ha ripresentato al ministero dello Sviluppo economico una nuova istanza che esclude le aree interdette: a quel punto la richiesta doveva essere presa in considerazione».
Prendere in considerazione non significa dare l’ok.
«Sicuramente. E infatti l’iter è andato avanti. L’11 aprile del 2011 il ministero ha comunicato a tutte le amministrazioni interessate l’esistenza della richiesta e che ai sensi delle leggi vigenti poteva essere presa in esame. Successivamente, il 10 giugno 2011, la commissione di valutazione di impatto ambientale ha comunicato che le attività potevano essere ammesse esclusivamente per quanto attiene alla ricerca sismica con tecnica air-gun. Che, si badi, non è un ok alla coltivazione di idrocarburi».
Stiamo parlando di una vicenda dello scorso anno.
«Per questo mi meraviglio della meraviglia. In seguito alla decisione della commissione, la Regione Molise ha messo nero su bianco di non essere d’accordo con la valutazione della commissione. Che ha risposto nel novembre 2011 precisando che l’obiezione non era condivisibile perché non inerente al merito: si contestava la coltivazione degli idrocarburi ma l’autorizzazione riguarda solo le ricerche preliminari. Successivamente l’iter si è ripetuto con la Regione Puglia: parere contrario espresso a dicembre 2011, risposta negativa della commissione a marzo con le stesse motivazioni date al Molise».
E come si arriva all’ok di Ferragosto?
«Per me si arriva a maggio, non so perché l’assessore parli di Ferragosto: esaminate e respinte le obiezioni di Molise e Puglia, infatti, anche il ministero dei Beni culturali il 2 maggio scorso ha dato parere favorevole, dopo che il ministero dell’Ambiente lo aveva fatto nel giugno 2011. E quindi a maggio scorso io e il collega Lorenzo Ornaghi abbiamo firmato il parere di compatibilità ambientale che riguarda la sola prospezione geofisica con tecnica air-gun al di fuori delle aree di divieto. Come vede, non capisco la sorpresa dell’assessore: abbiamo mandato il nostro parere, abbiamo risposto formalmente, addirittura a marzo, e la procedura è stata gestita in maniera trasparente e pubblica».
Chiarita la forma, torniamo al contenuto: adesso si può procedere?
«L’autorizzazione finale, dopo il nostro parere di compatibilità, è di competenza del ministero dello Sviluppo economico».
A questo punto sembra evidente che si procederà.
«Dobbiamo rispettare la legge: se ci fosse una legge che vieta le prospezioni comunque e dovunque, bloccheremmo tutto. Ma non c’è. Io ho molto rispetto per le manifestazioni di 10 mila persone, come quella che c’è stata in Puglia nel gennaio scorso, ma questo governo rispetta la legge e quella italiana in materia è molto cautelativa: il limite di 12 miglia, nel Mediterraneo, c’è solo in Italia. Se poi questa legge non va bene, eventualmente si può cambiare. Ma non è compito del governo».
Insomma, tocca al Parlamento. Ma possibile che non si possa fare nient’altro che cambiare le leggi per evitare che si cerchi il petrolio al largo delle Tremiti, e poi a Monopoli e quindi a Otranto?
«Detto che non si poteva non dare l’ok alle prospezioni, dico anche che sull’uso energetico del Mare Adriatico è opportuna una valutazione comune, da Trieste a Otranto coinvolgendo anche Slovenia e Croazia. Se esiste una qualche potenzialità di valorizzazione energetica, questa deve essere oggetto di pianificazione. Perché la valutazione deve essere complessiva e non caso per caso. E la Regione Puglia conosce questa mia posizione».
In che senso?
«Nel senso che quando il presidente del Consiglio regionale pugliese mi ha chiesto la disponibilità per una conferenza internazionale delle regioni adriatiche, ho risposto — lo scorso 11 luglio — che sono assolutamente d’accordo: bisogna capire se ne vale la pena».
Come lo si capisce?
«Fermo restando che le imprese possono investire i loro soldi per esplorare le potenzialità dell’Adriatico, è doveroso che il governo con le Regioni interessate e gli altri Paesi adriatici valutino insieme un eventuale programma di sfruttamento: se c’è il petrolio, occorre capire se la prospettiva dello sfruttamento è di breve durata e se c’è il rischio che i costi superino la valorizzazione della risorsa. Bisogna pesare vantaggi e svantaggi e decidere».
A proposito di decisioni, e cambiando argomento, ieri è stato il quarto giorno di lavoro a Taranto per la commissione ministeriale che si occupa del riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’Ilva. Ci può anticipare qualcosa sull’esito dei lavori?
«Stiamo lavorando e prima della fine del lavoro non faremo considerazioni: a metà settembre sarò di nuovo a Taranto per incontrare anche le associazioni ambientaliste».
Sui parchi minerali, però, l’Arpa si è già espressa: vorrebbe che fossero coperti. Mentre l’Ilva ha fatto capire che paradossalmente sarebbe più facile spostarli che coprirli. Come se ne esce?
«Ho già fatto presente alla Regione che in questa fase in cui l’Arpa è coinvolta nel gruppo di lavoro per la nuova Aia, non è il caso che la stessa Arpa assuma iniziative individuali: è opportuno che faccia il suo lavoro all’interno della procedura. Non si può giocare su due tavoli: dichiarare all’esterno le soluzioni migliori e lavorare all’interno su altre. Se l’Arpa fa parte del gruppo di lavoro partecipa con gli altri. Se ognuno si mette a parlare della situazione che piace di più, abbiamo smesso di lavorare in gruppo».

Michelangelo Borrillo

L’ Ilva e la lezione di Mani Pulite

 
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Taranto, Italia. Nel fumigante teatro dell’ Ilva resta senza risposta la domanda di fondo: la città vuole o non vuole avere ancora il maggiore stabilimento siderurgico d’ Europa? La procura accusa l’ azienda di alto inquinamento. È facile immaginare che, in tribunale, si confronteranno le concentrazioni di polveri a Taranto e a Milano, dove auto e riscaldamento inquinano altrettanto e non si vive più a lungo. Si evocherà il divieto di costruire case a ridosso degli stabilimenti per ribaltare la frittata su chi autorizzò i quartieri vicino alla fabbrica. Si dirà delle corruzioni, dei ritardi voluti, di Riva che investe in perdita nell’ Alitalia per risparmiare di più a Taranto. Ma alla fine? I Riva sono imprenditori-padroni d’ altri tempi. Bastone e carota. Religione del profitto. È vero, ai Riva costò poco l’ Ilva, messa in vendita dall’ Iri: 851 milioni di euro. In tre anni se la ripagarono con gli utili. Ma nell’ aprile 1995 nessuno offrì di più. Nemmeno Luigi Lucchini. E però questi scorbutici milanesi, allergici alla Borsa, lasciano in azienda tutti gli utili: 4 miliardi in 18 anni. Quanti altri lo fanno, tra i big? I Riva avrebbero dovuto fare di più contro l’ inquinamento. Loro stessi ne sono consapevoli se hanno accantonato un fondo specifico di 350 milioni di euro. Ma questi bilanci dicono anche quanto siano legati all’ acciaio il vecchio Emilio Riva, i figli e il nipote, Emilio pure lui, che vive a Taranto e non in Costa Azzurra. Forse anche per questo l’ azienda ha evitato il braccio di forza della chiusura dello stabilimento scatenando ben oltre quanto si è visto la rabbia dei lavoratori contro la Procura. Dare la presidenza a un ex prefetto come Bruno Ferrante, già candidato sindaco del centro-sinistra a Milano, è stato un autocommissariamento da parte di un padrone che, fra l’ altro, rosso non è. Tutti i reati vanno accertati e perseguiti, senza sconti. Ma smantellare l’ acciaieria non è materia da tribunali. L’ ordinanza, va detto, non arriva a tanto. E tuttavia tenere in sospeso troppo a lungo un’ acciaieria a ciclo continuo può procurare gravi danni. I clienti non aspettano. Il capitale accumulato si brucia. Sarebbe un modo surrettizio per arrivare a quel risultato. Durante Mani Pulite, la procura di Milano inquisì Publitalia. Temendo che potesse commissariare la sua concessionaria di pubblicità, Silvio Berlusconi convinse Marcello Dell’ Utri a lasciare la presidenza a un garante, il professor Roberto Poli. Il pool di Antonio Di Pietro non si spinse oltre con l’ azienda. Ferrante è sempre custode giudiziale dell’ Ilva o non lo è? Se si ritiene che non dia garanzie, ancorché abbia subito licenziato un dirigente accusato di corruzione, la magistratura dica perché e decida un’ alternativa. Il ministero dell’ Ambiente sta preparando una nuova autorizzazione integrata ambientale sulla base delle più recenti indicazioni europee. La procura potrà associare al management un comitato di esperti che controlli la puntuale esecuzione dei rimedi. Se invece il problema è l’ acciaieria in sé, allora bisogna dirlo apertamente e restituire alla città il diritto di esprimersi, consapevoli tutti che la Cassa del Mezzogiorno è finita.
di Massimo Mucchetti de Il Corriere della Sera
http://www.mondoliberonline.it/l-ilva-e-la-lezione-di-mani-pulite/25699/


IL CASO ILVA

Politici e imprenditori, altri 9 indagati Stefàno: blocco le nomine agli assessori

Sospetti su alcuni casi riguardanti concessioni pubbliche
I nomi dell'inchiesta non sono stati ancora resi noti



Ezio Stefàno, sindaco al secondo mandatoEzio Stefàno, sindaco al secondo mandato
TARANTO - La pietra nello stagno l’ha buttata Michele Pelillo, tre giorni fa, quando nella sede del suo partito, il Pd, ha parlato di questione morale intorno all’Ilva e alla presunta «accondiscendenza della classe dirigente tarantina» nei confronti della grande industria. Il segnale lanciato dall’assessore regionale al Bilancio lo coglie ora il sindaco della città di Taranto, Ippazio Stefàno, che alle prese con le nuove nomine di giunta si dice preoccupato per un ipotetico coinvolgimento di un futuro assessore. «Non vorrei indagati nella mia giunta, ma non posso aspettare oltre il 15 settembre per completarla; così come anche la magistratura non potrà ovviamente adeguarsi ai nostri tempi. Il mio auspicio - prosegue il primo cittadino - è quello che sia fugato ogni dubbio sugli eventuali indagati in modo che anche io mi potrò adeguare. Vorrà dire - conclude - che quando darò la nomina sarò chiaro con loro avvisandoli che anche il solo avviso di garanzia comporterebbe l’immediata revoca della delega».

GLI ACCERTAMENTI - Sui nomi dei probabili indagati eccellenti (esisterebbero intercettazioni imbarazzanti che li coinvolgerebbero in affari poco puliti) l’intera comunità, non solo politica, comincia ad interrogarsi non senza preoccupazione. L’inchiesta è quella condotta dalla Guardia di Finanza di Taranto. Un’indagine partita tempo fa che voleva fare luce su concessioni pubbliche con molte ombre conclusa solo poche settimane fa con la consegna della corposa informativa delle fiamme gialle finita sul tavolo del pubblico ministero Remo Epifani il quale avrebbe già formulato le richieste all’ufficio del gip. Niente nomi, si diceva, mentre fanno già molto rumore i ruoli delle persone coinvolte. Si parla di politici tarantini con incarichi di rilievo nella cosa pubblica, di dipendenti di enti pubblici e imprenditori, nove in tutto.
LE ACCUSE - I reati contestati girano attorno alla corruzione e concussione. L’ambito, invece, sarebbe quello della gestione dei rifiuti e delle fonti alternative di energia. Quest’ultima inchiesta intitolata environmental sold (ambiente venduto), che sfiora soltanto gli ambiti dell’Ilva, ma non li escluderebbe del tutto, è stata quella dalla quale sono poi emersi gli elementi che hanno portato gli investigatori della Finanza a trattare l’argomento della corruzione negli affari del Siderurgico e delle perizie commissionate dalla Procura impegnata, con altri pubblici ministeri, nell’altra grossa inchiesta sul disastro ambientale conclusa con gli otto arresti dei vertici Ilva e il sequestro preventivo di sei impianti del siderurgico ritenuti altamente inquinanti.
I TRE FILONI - Sono quindi tre i filoni che orbitano attorno all’Ilva per un coinvolgimento totale di almeno una ventina di indagati. L’inchiesta sulla presunta corruzione dell’ingegnere Lorenzo Liberti, accusato di avere intascato una mazzetta di 10mila euro dall’Ilva per ammorbidire una perizia sull’inquinamento commissionatagli dalla Procura, è ora confluita nel fascicolo sul disastro ambientale condotta dal procuratore capo Franco Sebastio, dal suo aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero. Ancora oscure, invece, le vicende narrate nella lunga informativa delle fiamme gialle ricca di intercettazioni ambientali e telefoniche che non hanno risparmiato le stanze di comando della politica tarantina. I cui palazzi cominciano a tremare. «Non mi riferisco a ciò che è penalmente perseguibile», ha spiegato sempre Michele Pelillo in quella conferenza stampa alla quale, con toni non proprio placidi, ha risposto anche il presidente della Provincia, Gianni Florido. Che ha ribattuto. «La Regione - ha detto - non è stata da un’altra parte. Non mi sento chiamato in causa anche perchè, dal 2005 al 2012, ci sono stati atti condivisi e decisi all’unanimità da Provincia di Taranto, Comune di Taranto e Regione Puglia».
Nazareno Dino  31 agosto 2012






Vibo Valentia lavoro, la Italcementi chiuderà

Vibo Valentia lavoro, la Italcementi chiuderà Non c'è speranza per gli 85 lavoratori della Italcementi_ il complesso industriale chiuderà. E' stato detto come più chiaro non si puo' nel corso di un incontro che ha visto allo stesso tavolo azienda ed istituzioni. E' inutile disperarsi o protestare, è stato sottolineato_ bisogna tirar fuori l'ingegno. Sarà la prefettura adesso a coordinare il futuro dei lavoratori. Per loro due anni di cassa integrazione. E poi, a Dio piacendo, il reimpiego in attività di tipo turistico-imprenditoriale.

martedì 28 agosto 2012

TUTTI IN GALERA SONO VENTI ANNI CHE SIETE AL POTERE AVETE ROVINATO UN PAESE!

Il colonnello al soldo dei narcos


Il colonnello al soldo dei narcos

di Lirio Abbate
Un ufficiale dei carabinieri assunto dai trafficanti. Il suo compito: trovare un ambasciatore compiacente per far entrare in Italia la droga. Con un esito da film: tra massoneria, 'ndrangheta e travestimenti a Fiumicino
(27 agosto 2012)


Il tenente colonnello Luigi Verde  tenente colonnello Luigi Verde
Il calore e la felicità con il quale il boss della ' ndrangheta Francesco Strangio era stato accolto in Calabria da un tenente colonnello dei carabinieri aveva sorpreso tutti, compreso lo stesso criminale calabrese. Abbracci, sorrisi e strette di mano per saldare accordi e proseguire affari illegali. Un carabiniere infedele e uno dei più grossi trafficanti di droga, protagonisti di un'operazione che oscilla tra le trame internazionali dei narcos e le truffe della provincia italiana. Il copione è rimasto segreto fino al processo, che si è appena chiuso a Catanzaro. E ha tutti gli ingredienti di una storia da film: boss calabresi, massoni lombardi, imprenditori romani, militari corrotti, infiltrati che fanno il doppio gioco, agenti americani sotto copertura. Nella rete è finito un fotoreporter che ha cercato di vendere finti dossier anche a Silvio Berlusconi. E un immobiliarista romano, proprietario tra l'altro del Teatro Ghione di Roma, alle spalle di San Pietro, una sala da cinquecento posti dove vanno in scena i grandi nomi della recitazione. Mentre in questa storia i confini tra tragedia e commedia appaiono sfumati, confusi in un canovaccio di complicità, ferocia criminale e faciloneria da opera buffa. 

Tutto comincia con quell'abbraccio incredibile a Rosarno, una delle capitali della ?ndrangheta, nel cuore della Piana di Gioia Tauro. Parte da lì una rete criminale che abbraccia l'intera Penisola e unisce due continenti, con referenti in Colombia, Brasile e Venezuela per importare la cocaina: i canali che hanno permesso alle cosche calabresi di dominare il mercato della "neve". Il clan si era organizzato al meglio. Aveva assoldato un chimico dominicano per raffinare la droga pura che arriva dal Sudamerica e moltiplicare i proventi. E un commercialista calabrese trapiantato a Bologna, con il compito di piazzare lo stupefacente nelle ricche piazze emiliane. C'era poi un pentito calabrese che in passato aveva accettato di infiltrarsi per conto delle forze dell'ordine: nel 2010 Bruno Fuduli dopo aver ottenuto i benefici dallo Stato per la sua collaborazione, era tornato in affari con i padrini, mettendo a frutto le sue conoscenze nel settore. 

Ma l'asso nella manica doveva essere proprio il tenente colonnello Luigi Verde, ufficiale con un tenore di vita altissimo e relazioni fin troppo pericolose. Ex comandante dell'Arma di Sondrio, si era infilato in parecchi business illegali prima attraverso la massoneria lombarda per poi mettersi al servizio dei boss reggini. Nel 2009 è stato intercettato per tre mesi: sono state registrate le sue conversazioni con i narcos, le riunioni per mettere a punto i traffici. Il militare parla con loro del modo più sicuro per far entrare in Italia i carichi di coca. Li incontra a Roma, a Milano, poi a Rosarno. Gli 'ndranghetisti gli affidano una missione: ingaggiare un diplomatico straniero, che possa ritirare a Fiumicino una valigia proveniente dal Venezuela forte della sua immunità. Sono convinti che grazie all'uniforme e alle sue entrature per lui non sia difficile agganciare qualcuno dei funzionari delle numerose ambasciate romane. E gli promettono un compenso di di 50 mila euro.

Ma Verde non riesce a trovare il contatto giusto, mentre i calabresi lo sollecitano e si fanno sempre più insistenti. E allora l'ufficiale si rivolge a un lodigiano, conosciuto nella loggia massonica che ha frequentato in Lombardia. Chiede aiuto a Riccardo Ossola, fotografo freelance coinvolto in passato in inchieste di droga tra Spagna e Italia. Un personaggio indecifrabile che nel 1995, come hanno accertato i magistrati palermitani, chiamava al telefono diretto della villa di Arcore di Berlusconi. I suoi rocamboleschi trascorsi li ha descritti Perla Genovesi, l'ex assistente del senatore pdl Enrico Pianetta. La donna, finita in una indagine per spaccio, due anni fa si è trasformata da collaboratrice parlamentare a collaboratrice di giustizia: ha raccontato ai pm di Palermo e Milano gli intrallazzi di molti deputati e senatori, indicando anche il nome di alcune ragazze che si prostituivano con i politici. Genovesi sostiene che Ossola avrebbe avuto in mano un falso dossier su Antonio Di Pietro e facendolo passare per originale avrebbe cercato di venderlo al Cavaliere. «Non ho mai capito cosa facesse di professione», dichiara: «So che faceva truffe. Cercava di vendere titoli all'estero, oro e orologi. Invadeva un po' tutti i campi, anche illegali. Ma si limitava a fare piccole truffe».Quando viene contattato dal colonnello Verde, il fotografo pensa subito di potere congegnare un altro raggiro. L'ufficiale si fida di lui, sa che ha tante conoscenze in molti paesi e gli chiede di trovare un diplomatico "a disposizione" per importare droga. Gli offre 20 mila euro. Ossola non si scompone davanti alla divisa dell'Arma e punta soltanto a trovare la maniera per arricchirsi alle spalle dell'ufficiale. Assieme a un compaesano di Lodi, Giuseppe Parmesani, cercano di spillare quanti più soldi al carabiniere: sostengono di avere la persona giusta, ma vogliono subito il denaro. E prendono tempo.

Le intercettazioni mostrano l'ufficiale disperato. I boss lo tengono sotto pressione, insistendo anche in maniera violenta. E lui supplica i due compari lodigiani, implorando di conoscere il diplomatico. Alla fine Ossola e Parmesani si inventano un nome esotico e glielo mandano con un messaggino sms.

L'ufficiale è felice per l'informazione, che gira subito ai suoi amici mafiosi. A questo punto la spedizione dei 56 chili di cocaina può partire dal Venezuela, per venire ritirata a Fiumicino dall'ambasciatore. Verde avvisa Ossola e Parmesani, fornendogli le indicazioni per il prelievo. E solo allora i due capiscono di essersi messi in un guaio: non stanno ingannando solo Verde; dietro c'è un'organizzazione potente, che gli avrebbe fatto pagare quella truffa. Hanno paura, non sanno più come mettersi al riparo dall'inevitabile vendetta. Poi Parmesani decide di confidarsi con un maresciallo delle Fiamme Gialle e raccontare tutto.

La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro stava già indagando sulla ragnatela dei narcos, con un'operazione internazionale condotta assieme al Dipartimento di Giustizia statunitense. Ora bisogna trovare il modo di intervenire senza smascherare l'inchiesta, che sta permettendo di ricostruire i canali transatlantici della cocaina. Insieme con gli americani, si decide di pianificare un diversivo che conceda altro tempo per completare gli accertamenti. Una truffa nella truffa.Un agente di colore della Dea, la polizia antidroga statunitense, si fa passare per l'ambasciatore africano assoldato da Parmesani. Arriva a Fiumicino in auto con targa diplomatica e fa di tutto per farsi notare da Verde e dai calabresi, appostati nello scalo per vigilare. Va al ritiro bagagli per prendere la valigia zeppa di cocaina, ma scatta il colpo di scena preparato dai finanzieri: un cane antidroga fiuta la borsa e scatta un controllo, apparentemente di routine, che blocca il carico. Il finto ambasciatore si allontana velocemente mentre i calabresi non sospettano di essere stati traditi. Anzi, pensano già a preparare un'altra spedizione. E le intercettazioni possono proseguire, raccogliendo elementi preziosi sulla struttura dell'organizzazione. 

La retata scatta nel dicembre 2010 e finiscono tutti in manette. Parmesani formalizza la sua collaborazione con i magistrati mentre Ossola è stato assolto nel processo. Invece l'ufficiale, immediatamente sospeso dai vertici dell'Arma, ha ammesso alcune delle contestazioni dei pubblici ministeri di Catanzaro, ma la sua versione non ha convinto il giudice: poche settimane fa è stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere. Nei suoi interrogatori ha dichiarato che il suo compito sarebbe consistito nel trasporto della cocaina da Fiumicino ad Ariccia. Lì l'avrebbe consegnata all'immobiliarista Federico Marcaccini, che ha indicato come vicino al boss Francesco Strangio. 

Marcaccini, chiamato "Pupone", è proprietario oltre che del Teatro Ghione, anche di altri edifici in tutta Italia, incluso un albergo a Taormina, sequestrati nei mesi scorsi. L'uomo d'affari avrebbe finanziato l'acquisto della coca, mettendo i capitali necessari all'operazione condotta dalle cosche Strangio e Pelle, padrini storici di San Luca. In genere, per comprare mezzo quintale all'ingrosso servono intorno ai trecentomila euro, ovviamente cash. Ma la vendita agli spacciatori avrebbe permesso di quadruplicare i guadagni, garantendo ricchi incassi a tutti i protagonisti dell'import criminale: la cocaina era destinata a Emilia Romagna e Veneto, dove Strangio e Pelle si sono radicati da anni. L'imprenditore Marcaccini è ancora sotto processo a Catanzaro. Ma l'inchiesta non è finita: il chimico dominicano e il commercialista bolognese della rete stanno collaborando con la procura di Catanzaro. E le prossime puntate potrebbero riservare altri colpi di scena, soprattutto sui colletti bianchi di cocaina

Scontro azienda-ispettori, minerali verso la copertura



IL PRIMO VERTICE

Scontro azienda-ispettori, minerali verso la copertura

Il piano anti-dispersione nell’aria risulterebbe assai costoso. L'incontro della Commissione per l'Aia




TARANTO - È durato quasi sette ore ieri l’ennesimo sopralluogo nello stabilimento Ilva di Taranto dei carabinieri del Noe e dei tre curatori del tribunale che hanno il compito di rendere operative le disposizioni di sequestro degli impianti inquinanti stabilite prima dal gip Patrizia Todisco e confermate dal tribunale del riesame. Ieri gli ispettori giudiziari, accompagnati dai militari del nucleo ecologico del maggiore Nicola Candido, si sono soffermati nell’area dei parchi minerali dove sembra si stia concentrando l’attenzione della procura della Repubblica che vuole chiudere subito la partita della dispersione delle polveri quale fonte d’inquinamento del vicino quartiere Tamburi. Gli inviati del tribunale che con il vento di ieri hanno potuto constatare di persona la persistente emissione di pulviscolo, hanno avuto un incontro con gli ingegneri dell’azienda i quali hanno proposto una soluzione che, secondo l’Ilva, eliminerebbe il problema. Si tratta della continua bagnatura dei cumuli e dell’innalzamento di barriere alte venti metri lungo tutto il perimetro dei parchi. Il pool di curatori composto da Barbara Valenzano (gestore e responsabile), Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento, ha annotato le misure avanzate dalla controparte su cui si esprimeranno nel prossimo rapporto che consegneranno al procuratore capo Franco Sebastio.

Dalle prime sommarie indiscrezioni, pare che la soluzione proposta dall’Ilva non convinca i tecnici del gip intenzionati come sono a chiedere la definitiva e totale copertura di tutta l’area. Uno sforzo economico non indifferente per l’azienda che dovrebbe investire risorse dalle cifre proibitive. Per avere un’idea è sufficiente fare un paragone con il progetto di copertura dell’area carbonile della centrale Enel di Cerano, a Brindisi, dove una situazione analoga (15 dirigenti sotto processo con l’accusa di avere imbrattato i campi circostanti), ha costretto la proprietà a progettare un sistema di copertura che costa 150 milioni di euro per una superficie che è circa un sesto di quella tarantina. Ancora più calzante e per certi versi più preoccupante per l’Ilva dal punto di vista delle risorse necessarie, è l’opera realizzata in Corea del Sud dal centro siderurgico della Hyundai. L’azienda asiatica è stata la prima al mondo a realizzare un sistema di protezione con la realizzazione di enormi cupole. L’impianto è costato cinque milioni e mezzo di dollari e garantisce l’ambientalizzazione per una produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, uno in meno di quanto ne sforna l’Ilva nello stesso periodo. L’alternativa alla copertura, anche questa tenuta in considerazione dai curatori nelle relazione che consegneranno in Procura, è l’interramento del materiale con il conseguente abbassamento della linea di vetta dei cumuli. Opera anche questa di considerevole sforzo economico oltre che problematica dal punto di vista dell’impatto ambientale.




L'INTERVISTA AL PRESIDENTE CAVALLARI

Ilva, al Tar 36 ricorsi in 23 anni
«Inquina? Colpa anche dei controllori»

Al Tribunale di Lecce è rimasta pendente solo la controversia relativa all’Autorizzazione integrata



Antonio CavallariAntonio Cavallari


LECCE - Il Tar di Lecce è stato chiamato a intervenire dall’Ilva di Taranto 36 volte in 23 anni. Ventidue ricorsi sono già stati decisi con sentenza, il più rilevante, ancora pendente, riguarda l’avvio del riesame dell’Aia del 22 maggio scorso. «Salvo il caso del ricorso n. 1224 del 2010, del quale dirò appresso, il Tar di Lecce non è stato mai chiamato a intervenire su provvedimenti sanzionatori adottati su iniziativa dell’Arpa di Puglia nei confronti dello stabilimento siderurgico di Taranto», dice Antonio Cavallari, presidente da circa due anni del Tribunale amministrativo regionale di Lecce.
Presidente, in che misura le sentenze del Tar possono incidere sul futuro dell’Ilva?
«In nessun modo nella situazione attuale, regolata da provvedimenti dell’autorità giudiziaria penale. Parliamo di una vicenda estremamente delicata, che riguarda un settore strategico della produzione a livello nazionale. Il nostro compito è assicurarci che le norme e le prescrizioni adottate dall’Autorità amministrativa siano rispettate».
Adesso, si sollecita l’Ilva a ritirare i ricorsi presentati al Tar. Che cosa ne pensa?
«So, da fonti di stampa, che il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, avrebbe già manifestato pubblicamente questa volontà».
In che caso il Tar è intervenuto più direttamente sulle questioni ambientali legate all’attività del siderurgico tarantino?
«Faccio una premessa: se violazione delle norme e delle prescrizioni imposte dall’Autorità c’è stata da parte dell’Ilva e se questo sarà accertato al termine del procedimento in corso, è evidente che qualcuno dovrà rispondere per omessi controlli. Per quanto riguarda la nostra attività, ci sono stati in particolare tre provvedimenti impugnati dall’Ilva dinanzi al Tar, nel 2002, nel 2004 e nel 2008. Riguardavano azioni repressive messe in atto dal Comune di Taranto, dalla Provincia e dall’Azienda Sanitaria Locale di Taranto. Due sono stati accolti, quelli contro la Provincia e l’Azienda Sanitaria, per carenza della motivazione del provvedimento impugnato; uno è stato respinto, quello contro il Comune, che con l’atto contestato imponeva una serie di prescrizioni all’attività produttiva nelle operazioni di scarico dei minerali e carbon fossile. I ricorsi di maggior rilievo hanno peró riguardato tutto lo svolgersi del procedimento dell’Aia e l’atto conclusivo dello stesso. Queste vicende si sono concluse con sentenze del 2012 che hanno in gran parte respinto le censure sollevate dall’Ilva, accogliendo solo quelle relative a elementi incongrui degli atti impugnati».
Nel caso di sentenze favorevoli all’Ilva, quali sono stati gli elementi che hanno inciso sulla decisione dei giudici amministrativi?
«Spesso ci siamo trovati di fronte a provvedimenti incoerenti, nel senso che si chiedeva all’Ilva di applicare determinate prescrizioni in materia di emissioni sulla base di parametri stabiliti in tempi successivi. Mi spiego meglio. Il nostro compito è applicare le norme in vigore nel momento in cui il provvedimento viene adottato. Se si stabiliscono dei limiti alle emissioni, e poi quei limiti vengono abbassati, noi dobbiamo basarci sui parametri in vigore nel momento in cui si contesta il superamento di quei limiti; questo é avvenuto, ad esempio, nella vicenda oggetto del ricorso n. 1224 del 2010, che riguardava limiti di emissione del benzo(a)pireneaerodisperso».
Ma le violazioni ci sono sicuramente state.
«Dagli atti dei nostri procedimenti questo non risulta. Se di notte o in altre occasioni lo stabilimento ha superato il livello di emissioni stabilito da norme vigenti al momento della asserita violazione, qualcuno doveva controllare, ma evidentemente non lo ha fatto».
Una dichiarazione forte, la sua.
«Difendo la nostra attività e invito gli interessati, se mai ne avessero voglia, a leggere con attenzione le nostre sentenze».

Francesca Mandese


"Ilva" di Taranto: i temi dell'obbligatorietà dell'azione penale e le colpe della Sinistra meridionale

Di fatto, il dibattito odierno sull'industria pesante che opera nel Meridione è diventato il cavallo di battaglia di Giudici che avanzano una forte pretesa volta non tanto ad applicare la norma prevista dalla legge, come sarebbe giusto che fosse, bensì a dire che cosa sia la buona vita e come essa debba essere tutelata.

Il trionfo dell'expertise sulla politica rappresenta il dato evidente della vicenda tarantina in cui è stata tirata in ballo, reiteratamente, l'obbligatorietà dell'azione penale, soprattutto per giustificare i comportamenti di quegli inquirenti che mirano a far cessare l'attività dell'acciaieria. Però, curiosamente, questi stessi Signori rimangono tàciti quando vengano annunciati blocchi di altro genere (magari stradali) da parte di scioperanti ostili a provvedimenti che prevedano la perdita del loro posto di lavoro. Eppure, bene spesso, tali forme di protesta costituiscono il risultato - tutt'altro che spontaneo - di manifestazioni preannunciate con largo anticipo temporale.

Insomma, in passato, di fronte ad eventi che andavano dall'interruzione di un pubblico servizio sino all'attentato alla sicurezza dei trasporti, non risultano essersi mossi che pochi Magistrati; e ciò non può che confermare nell'idea che l'azione penale non sempre venga esercitata seppure - come prevede l'art. 112 della Costituzione - il Pubblico ministero abbia l'obbligo di perseguirla, senza alcuna limitazione o condizione; dunque mai ad libitum, come spesso accade quando ciascuna Procura si comporta come meglio ritiene, ignorando un fatto, approfondendone un altro, lasciando languire un procedimento oppure attivando intercettazioni, rogatorie, perquisizioni, soprattutto quando sia in gioco un interesse non già processuale quanto piuttosto mediaticamente importante.

Un po' di storia, prima di commentare. A Taranto lo Stato possedeva un'acciaieria super-sindacalizzata che emetteva schifezze d'ogni genere. Tutti sapevano, tutti tacevano mentre l'Azienda perdeva montagne di quattrini. Costretto dalle "liberalizzazioni", lo Stato vendette lo Stabilimento ad un certo Emilio Riva che - dopo di avere investìto su di esso un miliardo - cominciò a guadagnare. Due anni fa, il Nostro venne persino reso destinatario di un'autorizzazione integrata ambientale dal Ministero; ma poi un Magistrato lo ha fatto arrestare, assieme ad altri, ha sequestrato gli impianti e ne ha deciso l'inattività. Dal canto suo il Governo ritiene che, senza l'acciaio dell'"Ilva", l'Italia non possa avere un futuro industriale; perciò ha preannunciato un ricorso alla Consulta, mentre una delegazione di Ministri si è recata nella Città pugliese ed i Sindacati si sono spaccati tra filo-Magistrati e filo-lavoratori. In Tv un'operaia ha elaborato una sintesi della situazione ("Meglio morire di tumore che di fame!") ed uno studioso controcorrente (Battaglia) ha sostenuto che lo studio epidemiologico consegnato al Pm non ha alcun valore scientifico. A questo punto la soluzione ovvia potrebbe essere: 1) permettere che la produzione continui; 2) provvedere a che si facciano i lavori di bonifica a spese dello Stato; 3) che si riconsegni l'"Ilva" a Riva, con i relativi certificati di conformità. Simili comportamenti costituirebbero una sana correttezza, sia pure intervenuta con ritardo, in ordine alla vendita di un bene già appartenuto allo Stato, ma poi alienato ad un privato, seppure bacato da vizi d'origine.

Ciò premesso, può darsi che l'"Ilva" non venga fatta chiudere, ma resterebbe comunque il problema degli effetti della battaglia processuale sulla competitività dello Stabilimento; e, alla lunga, sulla determinazione della proprietà a continuare la produzione. Peraltro ciò che più colpisce nel dibattito apertosi a Sinistra è la rimozione della questione degli interessi dalla discussione pubblica, quasi che si potesse determinare - in termini puramente giuridici - la natura del capitalismo, come se fosse in gioco solo la contrapposizione tra diritto al lavoro e diritto alla salute e la loro tutela costituzionale. L'industria come tale, le ragioni della conservazione di una forte presenza italiana (in particolare meridionale) in una produzione pesante come quella dell'acciaio, sbiadiscono dietro l'illusione di un qualche esorcismo giurisdizionale. Il destino è stato crudele con la Sinistra sudista. Infatti il suo lungo ciclo di governo su questi territori ha coinciso con un forte arretramento della presenza industriale e, con esso, dell'insediamento operaio. Per colmo di ironia è toccato proprio ad uomini profondamente legati alle tradizioni storiche del movimento dei lavoratori di dovere gestire questa drammatica dismissione, che non è stata soltanto di strutture e di cose materiali ma, come in tutte le storie umane, si è portata via passioni ed idee, saperi e culture. Alla luce di questa vicenda è possibile misurare un corso ventennale della cultura politica della Sinistra, con l'operaista Bassolino, che arrivò a Napoli giusto in tempo per gestire la fine del più importante insediamento operaio in città (l'Italsider di Bagnoli); e con il berlingueriano Niky Vendola, chiamato a fare i conti con la possibilità di una chiusura, per via giudiziale e per gravissime colpe ambientali, di uno dei più grandi impianti di produzione d'acciaio in Europa.

Oggi la Sinistra non ha manco più gli strumenti intellettuali per difendere un insediamento industriale importante qual è quello tarantino Nel corso di questi vent'anni, soprattutto al Sud, ha provato a fare dell'ambientalismo una via d'uscita dal proprio disastro storico e ideologico. Il paradosso oggi è che i superstiti sono chiamati da posizioni di governo regionale a difendere le ragioni di un industrialismo che la sua cultura diffusa non riesce più manco a pensare.

Il prestigio dei Giudici in una certa parte della Sinistra si spiega alla luce di questa impostazione ideologica. "Il Manifesto" ha fornito una singolare spiegazione della vicenda dell'"Ilva" secondo i cui contenuti la decisione del Giudice di fermare la produzione non rappresenta un attentato al diritto al lavoro; cosicché non ha senso protestare contro la decisione perché la Costituzione, innalzando il lavoro e le sue tutele in una sfera superiore ed intangibile di principi, definirebbe il campo esatto del conflitto, che è quello tra la salute dei cittadini e la libertà dell'impresa. È questa la linea attuale dello scontro, e la decisione del Giudice non fa altro che tutelare il diritto della moltitudine degli indifesi contro l'interesse egoistico del profitto. Ma che succede se l'impresa chiude o se il suo interesse a continuare la produzione dovesse venir meno? Ebbene, questo problema non riguarda il succitato giornale secondo le cui tesi deve essere lo Stato a farsi carico del reddito dei lavoratori utilizzando la leva della fiscalità. Il ragionamento finisce così per approdare alla totale irresponsabilità sociale dell'impresa che, potendo contare su di una visione così radicale del welfare, non è tenuta a nessun reale impegno nei confronti dei suoi dipendenti, tanto meno a quello del risanamento ambientale. Una volta chiusi gli impianti e, eventualmente, trasferita la produzione, cosa resterebbe in concreto dei doveri dell'impresa?


Claudio de Luca




ILVA,LA MORTE INFINITA [prima parte]






GIA' NEL 2001 I CRIMINALI CONTRO L'UMANITA' FURONO POSTI SOTTO SEQUESTRO, A LORO INSAPUTA E DEL GOVERNO, GLI UNICI A SAPERLO ERANO I MORTI DI TARANTO




Il gruppo industriale guidato da Emilio Riva acquista le acciaierie “Ilva”, sino ad allora in mano pubblica, nel maggio del 1995. 

Tra le priorità stabilite nell’atto di acquisizione v’erano gli interventi da eseguirsi sulle batterie del reparto cokeria, già all’epoca piuttosto obsolete ed usurate 

Nell’agosto del 1996, in una sua relazione tecnica predisposta nella sua qualità di funzionario del “Dipartimento di prevenzione” della A.s.l. TA/1, il dott. Giua evidenziava la rilevante presenza, all’interno del reparto cokeria, di idrocarburi policiclici aromatici [ “i.p.a.”], sostanze cancerogene derivanti dai processi di distillazione del carbon fossile, alla cui azione erano particolarmente esposti coloro che lì prestavano la loro attività lavorativa, 629 persone, tra dipendenti dell’”Ilva” e delle società appaltatrici. 

Pur dando atto di alcuni miglioramenti introdotti nel tempo dall’azienda, il dott. Giua faceva osservare l’obsolescenza di tali impianti ed il carattere ancora manuale di molte operazioni previste dal ciclo operativo. 

Annotava, infine, come, nonostante l’espressa previsione in tal senso contenuta nel D.P.R. n° 203 del 1991, le batterie di forni a coke fossero per lo più sprovviste di dispositivi di aspirazione dei fumi all’origine [presenti, più precisamente, solo su quelle nn. 7, 8 e 11]. 

Il 30 giugno 1997 interveniva il primo atto di intesa tra l’azienda [all’epoca “ILVA LAMINATI PIANI s.p.a], rappresentata da Emilio Riva, imputato poi e processato nel 2009 per responsabilità su danni ambientali/salute pubblica, allora presidente ed amministratore delegato della società, e la Regione Puglia. 

In quell’atto, si concordava anzitutto:

“circa l’urgente necessità e l’indispensabilità di procedere in tempi congrui alla riduzione delle emissioni in atmosfera derivanti dal centro siderurgico di Taranto, tramite l’utilizzazione di tecnologie che consentano di contenere le stesse, nel medio periodo, a valori significativamente inferiori a quelli previsti dalla attuale normativa”. 

Si dava atto, quindi, del fatto che l’”Ilva” avesse individuato, tra i “campi di intervento in via prioritaria”, quello della “riduzione delle emissioni diffuse della cokeria”; e si conveniva, pertanto, che l’azienda dovesse intervenire “con l’utilizzo delle migliori tecnologie per la riduzione delle emissioni in atmosfera”, mediante, tra gli altri, dei “sistemi per la limitazione delle emissioni derivanti dal processo di distillazione del carbon fossile in cokeria” [carteggio tra il “P.m.p.” della A.s.l. e l’”Ilva”, prodotto dal P.M. all’udienza del 16.10.2006]. 

Nella convenzione Ilva/Regione Puglia, si dava atto dell’indagine in corso da parte dell’”E.n.e.a.”, su commissione del Ministero dell’Ambiente. 

Gli esiti di quella indagine verranno poi recepiti e usati, costituendone l’impalcatura tecnico-scientifica, nel D.P.R. del 23 aprile 1998, con il quale, richiamando le delibere del Consiglio dei Ministri del 30 novembre 1990 e dell’11 luglio 1997, che avevano dichiarato e confermato il territorio della provincia di Taranto quale “area ad elevato rischio ambientale”, veniva approvato il “Piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto”. Anche in tale D.P.R., tra i molti interventi previsti a carico degli enti pubblici e dei vari soggetti economici operanti nell’area, una parte non secondaria riguardava quelli relativi alla cokeria “Ilva”.

Le ricadute ambientali di tali impianti, però, non registrarono alcun miglioramento; e, tra continui botta e risposta tra “P.m.p.” della A.s.l. e dirigenza “Ilva” [carteggio tra il “P.m.p.” della A.s.l. e l’”Ilva”, prodotto dal P.M. all’udienza del 16.10.2006], si arriva al 18 novembre 2000.

Proprio in questa data con nota n° 753/00, il dirigente coordinatore del “P.m.p.”, dott. Nicola Virtù, scriveva al competente Assessore regionale ed al Sindaco di Taranto, informandoli che:

“frequenti e ricorrenti sono le segnalazioni, da parte di questo Servizio nei confronti della ILVA s.p.a., in merito ad emissioni diffuse e/o convogliate visibilmente eccedentarie dall’impianto produzione coke [cokeria], relativamente… in particolare alla fase di distillazione del fossile ed alle fasi di sfornamento e spegnimento del coke”. 

Il dott. Virtù proseguiva: 

“… non può non evidenziarsi la non transitorietà di tali situazioni, che incidono significativamente sul carico inquinante emesso dall’area cokeria, con ovvi riflessi sulla sostenibilità ambientale dell’area cittadina circostante. Non può sottacersi il permanere di situazioni operative deficitarie, da ricollegarsi sostanzialmente a carenze strutturali legate alla vetustà dei forni delle batterie 3/6 nonché alla mancanza di un impianto di aspirazione e depolverazione delle emissioni diffuse nella fase di sfornamento coke.”

Il dott. Virtù informava anche Regione e Sindaco di come il più basso regime di funzionamento delle batterie nn. 3-6 fosse compensato con un’elevazione di quello delle restanti batterie, con l’effetto di determinare:

“emissioni eccedentarie dai relativi camini per presenza di incombusti”,[...]: " non può prescindersi o da una riduzione della produzione di coke con il fermo delle batterie 3/6 o, in alternativa, dalla sostituzione delle stesse con nuove batterie, con un conseguente riequilibrio dei ritmi di cokefazione,… e dalla installazione dell’annesso sistema di depolverazione allo sfornamento…”. [...] “… le emissioni di che trattasi attengono ad inquinanti, oltre i primari convenzionali, con notevole valenza igienico-sanitaria tipo idrocarburi policiclici aromatici, benzene, particolato PM10, PM2,5.” 

Inizia una serie di richiami ufficiali e delibere da parte dell'allora sindaco di Taranto, dott.ssa di Bello, nei confronti dell'Ilva SpA, con i quali, per mesi viene ordinato ai dirigenti delle acciaierie di porre immediato rimedio all'obsolescenza dei forni cokeria non a norma, si richiedeva all'Ilva stessa di provvedere ad informare gli uffici regionali e del sindaco di quanto concretamente avesse intenzione di porre in essere.

La dirigenza Ilva rispondeva, è vero, anche tempestivamente, ma solo con giustificazioni e dilazionando i tempi.

Alla luce della palese immobilità della dirigenza Ilva, il sindaco costituisce un "Comitato Tecnico Misto" [dott. Virtù facente parte].

Il Comitato rilevò non solo "alcun miglioramento dei dodici parametri tecnico-impiantistici individuati come riferimento", ma: "un netto peggioramento complessivo degli stessi, già in partenza ritenuti tutti al di sotto dell’indice di performance di semplice accettabilità"; per queste ragioni chiese: 

"ulteriori misure per contenere e ridurre le emissioni di fumi e/o gas densi generati durante sia le fasi di carica e sfornamento, sia dall’area bariletti”; la necessità di adottare “parametri di marcia meno spinti”, che “possono contenere in modo significativo le emissioni diffuse”; l’inottemperanza all’obbligo di “rigoroso rispetto delle pratiche operative di manutenzione e pulizia”, cui l’”Ilva” si era impegnata; la vaghezza del programma di ricostruzione delle batterie in questione, presentato dall’azienda nell’aprile precedente.

L'Ilva a questo punto ricevette diffida dal Sindaco in data 23 aprile 2001, i dirigenti fecero finta di non vederla.

Il 23 maggio 2001, con ordinanza n. 244, la dott.ssa Di Bello, ingiunge al direttore tecnico dello stabilimento: 


 
la “immediata sospensione dell’esercizio delle batterie 3-6 della cokeria”. 

Tale ordine era poi ribadito, stante l’inerzia dell’”Ilva”, con un’ulteriore ordinanza, la n° 291 dell’11 giugno seguente. Entrambe le ordinanze, peraltro, venivano impugnate dalla società dinanzi al T.A.R. della Puglia – sez. di Lecce.

Sia la Procura della Repubblica, con suoi esperti inviati in ispezioni ai reparti Ilva non a norma, che il "Comitato Tecnico Misto", rilevarono la dolosità della dirigenza dello Stabilimento nel non aver compiuto, ancora, alcuna azione atta a migliorare le emissioni letali.

Ispettori del Tribunale e Comitato, chiedevano alle competenti autorità giudiziarie un intervento ungente per la salvaguardia della salute pubblica e dei lavoratori all'interno degli impianti.

Il 10 settembre 2001, su richiesta Procura della Repubblica del 20 luglio, il GIP del Tribunale, dispone il sequestro preventivo delle batterie di forni nn. 3-6, in relazione ai reati che poi porteranno a processo Emilio Riva e la sua dirigenza.

[continua...]

Lucio Galluzzi
http://luciogalluzzi.ilcannocchiale.it/2012/08/22/ilvala_morte_infinita_prima_pa.html

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegILVA, ALLA DE-RIVA - DALLE INTERCETTAZIONI DELL’INCHIESTA EMERGE IL “COINVOLGIMENTO” DEI RIVA - LA MAZZETTA DA 10.000 AL PERITO DEL PM POTREBBE ESSERE SOLO LA PUNTA DI UN ICEBERG - SULL’AUTORIZZAZIONE AMBIENTALE LA FINANZA ANNOTA: “EMERGE COME ANCHE A LIVELLO MINISTERIALE FERVANO I CONTATTI NON PROPRIO ISTITUZIONALI PER AMMORBIDIRE ALCUNI COMPONENTI DELLA COMMISSIONE..” - LA RIUNIONE CON VENDOLA…


Guido Ruotolo per La Stampa

Una nuova tempesta giudiziaria potrebbe abbattersi sull'Ilva. In questo caso non si tratta di disastro ambientale, gli indagati sono incriminati per corruzione in atti giudiziari. In un rapporto della Guardia di Finanza si riportano decine di intercettazioni telefoniche dalle quali emerge che non solo Girolamo Archinà - l'uomo delle relazioni istituzionali dell'Ilva mandato a casa la settimana scorsa dal presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante - ma anche la proprietà, attraverso Fabio Riva, figlio del patron Emilio, era perlomeno consapevole della corruzione di un perito nominato dall'accusa, e dei tentativi di pilotare l'approvazione delle autorizzazioni ambientali.

lapresse bruno ferranteLa diossina degli altri Per la Finanza, coinvolti nell'«attività corruttiva» del perito del pm, Lorenzo Liberti, ci sarebbero dunque Archinà e Fabio Riva, ma un ruolo l'avrebbe avuto pure l'ex direttore dell'Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso. Liberti per 10.000 euro avrebbe «addolcito» una consulenza negando che le quantità di diossine che hanno portato all'avvelenamento di centinaia e centinaia di pecore e capre, poi abbattute, erano prodotte dall'acciaieria.
È il 31 marzo del 2010, il passaggio di una busta con i soldi tra Archinà e il professore Liberti è avvenuto cinque giorni prima (documentato dagli 007 della Finanza) in un autogrill sulla Taranto-Bari, ad Acquaviva delle Fonti. Archinà parla con il ragionier Fabio Riva per raccontargli l'esito dell'incontro del giorno prima tra Liberti e il direttore dello stabilimento, Capogrosso. Riva: «Ieri come è andata?». «È andata secondo le aspettative...». Riva: «Come siamo messi?». Archinà: «Per quanto riguarda l'aspetto delle bricchette, la prossima settimana ci fa avere tramite un professore del Politecnico di Bari...».

EMILIO RIVA jpegGirolamo Archinà, annotano gli uomini della Finanza, «dice al Fabio Riva che consegnando in anteprima le analisi, potrà iniziare a lavorare (sul Liberti) affinché non nasconda che il profilo è identico, bensì che attesti che comunque le emissioni di diossina prodotte dal siderurgico siano in quantitativi notevolmente inferiori a quelli accertati all'esterno».
Una succulenta occasione Emilio e Fabio Riva, padre e figlio, si confessano al telefono. E Fabio conferma al padre che conosceva la perizia
Liberti ben prima della richiesta di incidente probatorio del 28 giugno del 2010. Fabio: «La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene... non lo so che caz... è successo...». Sempre il figlio rivolgendosi al padre: «Però è succulenta la cosa di beccare un Riva giovane... eh papà...». Emilio Riva: «Ma non c'è niente... tanto hanno dimostrato che l'abbattimento delle pecore non c'entra con la nostra diossina, ecco... è quell'altra causa...».

ilvaL'Aia addomesticata Che fatica ottenere l'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale, che adesso il ministro dell'Ambiente Corrado Clini vuole aggiornare prima possibile. Stiamo parlando di quell'Aia concessa il 4 agosto del 2011 dopo un inter burocratico di ben sette anni.
La commissione che la istruisce si chiama l'Ipcc, e Giorolamo Archinà si dà un gran da fare per ottenere l'autorizzazione. Scrive il rapporto della Finanza: «L'effettiva e buona riuscita dei contatti si rileva, come si accennava in precedenza, dai costanti aggiornamenti che egli fornisce ai vertici aziendali, con i quali ovviamente condivide le strategie da porre in atto, recependo le direttive che di volta in volta vengono impartite. Nello specifico emerge come anche a livello ministeriale fervano i contatti non proprio istituzionali per ammorbidire alcuni componenti della Commissione Ipcc Aia; con i predetti le relazioni vengono mantenute da tale Vittoria Romeo e in parte anche dall'avvocato Perli».

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegI parchi scoperti Vittoria Romeo è al telefono con Fabio Riva: «Allora dicevo ad Archinà, se Palmisano, che è quello della Regione, tira fuori l'argomento in Commissione, siccome l'Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale) deve ancora dare il parere sul barrieramento e a noi serve un parere positivo per continuare a dimostrare che non dobbiamo fare i parchi...». Fabio Riva: «È chiarissimo. Però siccome noi non possiamo assolutamente coprire i parchi perché non è fattibile... tanto vale rischiarla così». Vittoria Romeo: «Valutiamo se la cosa in questi giorni la teniamo al livello di Ticali, Pelaggi, Mazzoni (presidente e membri della commissione ministeriale Ipcc, ndr) oppure...». Fabio Riva: «No, picchiamo... picchiamo duro...»

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegChe termini da combattimento. Del resto quando il direttore dell'Arpa, Giorgio Assennato, firma una relazione che denuncia che i monitoraggi dell'aria nel quartiere Tamburi - siamo nel giugno del 2010 - hanno rivelato la presenza di benzoapirene nell'aria che proveniva dalle cokerie dell'Ilva e che in assenza di un ridimensionamento di quelle emissioni, si dovrà ridurre drasticamente la produzione e condizionarla alle condizioni meteo, la reazione dell'Ilva promette sfracelli. Girolamo Archinà dice ad Alberto Cattaneo, ex consulente esterno oggi dirigente Comunicazione dell'Ilva: «Dobbiamo distruggere Assennato».
Riva serpente C'è un incontro tra il governatore della Puglia Nichi Vendola, Fabio Riva, Girolamo Archinà e il direttore dell'Ilva Capogrosso, tra le carte della Finanza. Fabio Riva ne parla con il figlio Emilio (omonimo del nonno), il quale suggerisce al padre: «Facciamo un comunicato stampa fuorviante, tanto "per vendere fumo" dicendo che va tutto bene e che Ilva collabora con la Regione».

TARANTO CORTEO DEGLI OPERAI DELLILVA E CONTESTAZIONE jpegEMILIO RIVA jpeg
Archinà con la linea della «trasparenza» non va molto d'accordo. Vuole comprarsi i giornalisti, tagliargli la lingua. «Mi sto stufando perché fino a quando io so' stato accusato di mantenere tutto sotto coperta, però nulla è mai successo... nel momento in cui abbiamo sposato la linea che sicuramente è più corretta, della trasparenza... non ci raccogliamo più... La situazione è complicata e se non si ha l'umiltà di dire ritorniamo tutti a nascondere tutto...».

Archinà dice a Fabio Riva che «consegnando in anteprima le analisi potrà iniziare a lavorare sul professor Liberti affinché attesti che le emissioni sono notevolmente inferiori» Fabio Riva al padre Emilio: «La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene... non lo so che è successo». Il padre: «Tanto hanno dimostrato che non c'entriamo con le pecore»
Dopo gli incontri istituzionali con Nichi Vendola, Fabio Riva parlando con il figlio dice: «Facciamo un comunicato per vendere fumo in cui diciamo che tutto va bene e collaboriamo» Quando Giorgio Assennato direttore dell'Arpa firma una relazione fortemente negativa sui valori dell'aria nel quartiere Tamburi, Archinà dice: «Dobbiamo distruggerlo»

  

http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/ilva-alla-de-riva-dalle-intercettazioni-dellinchiesta-emerge-il-coinvolgimento-dei-riva-la-mazzetta-42763.htm#Scene_1

Emilio Riva. Ilva, la vera storia dell’uomo accusato di avvelenare una città
Il tramonto da uno dei ponti dell'Ilva di Taranto

Emilio Riva. Ilva, la vera storia dell’uomo accusato di avvelenare una città

Ritratto del fondatore dell'azienda siderurgica di Taranto

di Guido Fontanelli
A un certo punto inizia a parlare Calisto Tanzi. I testimoni non si ricordano le esatte parole del fondatore della Parmalat, ma il senso dell’intervento era questo: «Noi imprenditori» diceva rivolgendosi ai membri della giunta della Confindustria «dobbiamo modernizzarci, usare la borsa, fare più finanza...». 

Finito il discorso, una voce lo gela: «Non sono d’accordo». È Emilio Riva, uno che di solito parla poco. Tanzi replica irritato, ma con tono fermo Riva lo zittisce così: «Vede, signor Tanzi, se io la prendo per i piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece prende me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi. Ecco qual è la differenza tra noi due».
La scena risale alla metà degli anni Novanta e scolpisce alla perfezione il carattere di un uomo che, senza tanti grilli per la testa, fedele a un modello industriale molto, fin troppo tradizionale, è ancora lì, con il suo gruppo siderurgico, a guardarci dall’alto dei 10 miliardi di fatturato, dei 36 stabilimenti nel mondo, dei quasi 22 mila dipendenti

Nessuno parlava di Riva mentre Tanzi finiva travolto dai suoi castelli di carte, nessuno si ricordava di lui mentre i Falck dalla vita mondana chiudevano gli altiforni di Sesto San Giovanni o il Lucchini dei salotti buoni vendeva gli impianti ai russi della Severstal. Grandi dinastie dell’acciaio cancellate dalla cronaca economica e lui sempre lì, sempre più grande. Inquisito, ma lì.


Se non ci fossero stati gli scontri che periodicamente lo hanno visto protagonista a Cornigliano, per l’inquinamento provocato dagli ex impianti Italsider a Genova, o per il disastro ambientale dell’Ilva di Taranto, probabilmente a nessuno verrebbe in mente che qui in Italia abbiamo il quarto imprenditore siderurgico d’Europa. Stare sotto il pelo dell’acqua, del resto, è la sua regola. Insieme al lavorare duro, usare il denaro con parsimonia, cogliere le occasioni. Ora, nella sua casa di Milano, dove è agli arresti domiciliari per la vicenda Ilva, sicuramente si sta rodendo il fegato. Anche perché da questa storia qualche dubbio sulla gestione del gigante d’acciaio sarà venuto pure a lui.


La saga della famiglia inizia nel 1954: Emilio Riva, nato nel 1926 a Milano e figlio di un commerciante in scarti ferrosi, avvia con il fratello Adriano un’attività di commercio di rottami, che vende ai siderurgici bresciani. Trasporta i pezzi di ferro su un vecchio camion Dodge. Ma già nel 1957 inizia a produrre acciaio a Caronno Pertusella, a nord di Milano. L’adozione, prima dei concorrenti, della colata continua diventa la più importante fonte di vantaggio competitivo della nuova impresa. Riva diventa il re del tondino, cresce e mette da parte i soldi per accaparrarsi un’acciaieria dietro l’altra.


«Non compro mai quando va bene, compro quando va male» spiega Emilio in una delle rarissime interviste. Negli anni Settanta è già arrivato all’estero, con acquisizioni in Spagna e Francia. Poi la crisi mondiale dell’acciaio investe la siderurgia pubblica europea. Riva ne approfitta subito: entra nella gestione di Cornigliano, compra un impianto nell’ex Germania Est e quindi, nel 1995, si aggiudica l’Ilva di Taranto. Il gruppo diventa enorme, lo stile non cambia. «Quando l’Ilva si chiamava Italsider» ricorda un imprenditore di Taranto, che lavorava per lo stabilimento siderurgico «i grandi manager pubblici venivano qui in città con una sfilza di auto blu e un codazzo di segretarie. Grandi parole in un convegno e via, tornavano a Roma. Quando invece incontrai per la prima volta uno dei figli di Riva, accadde all’interno dello stabilimento: arrivò a bordo di una vecchia Panda di servizio». «La presenza della famiglia sugli impianti produttivi, a contatto con tecnici e operai» dice un manager del gruppo «è una costante. Una cultura del lavoro che deriva dalla figura di Emilio, adottata poi da figli e nipoti».

La famiglia è molto importante per i Riva. «Il pranzo di Natale ha un valore simbolico forte» racconta un collaboratore di Emilio, che ha sei figli, due femmine e quattro maschi. Il più grande, Fabio, è il vero numero due del gruppo; Claudio, dal carattere spigoloso, è uscito dalle attività siderurgiche e segue quelle armatoriali; Nicola, finito agli arresti con il padre, è l’uomo della produzione; e Daniele guida lo stabilimento di Genova. In azienda lavorano pure i nipoti Angelo e Cesare. E le femmine? Riva preferisce tenere lontane le donne dall’azienda: le figlie fanno altro, le nuore sono invitate a non salire ai piani superiori della sede milanese dove ci sono gli uffici dei mariti. Ma saranno delle donne, le «donne di Cornigliano», a fargli rimangiare la promessa che lui a Genova non avrebbe mai chiuso l’altoforno. Due anni dopo la chiusura ammetterà: «Riconosco che nel centro di Genova un altoforno e una cokeria non possono esistere».

Se l’obiettivo è diventare più grandi («Ho sempre aperto e comprato fabbriche e non ne ho mai chiusa una» si vanta Riva), il metodo per realizzarlo poggia su alcuni punti fermi: una gestione efficiente affidata prima di tutto ai figli e ai tecnici di provata fiducia, niente top manager da business school. Poi attenzione maniacale ai costi: se ancora oggi Emilio, stipendiato come se fosse un qualsiasi dirigente, si attarda in ufficio, è lui che spegne le luci al terzo piano del quartier generale in fondo a viale Certosa, Milano.
Ed è proprio grazie alla capacità di mettere fieno in cascina che il gruppo riesce a resistere anche nei momenti più difficili. Come quello che stiamo vivendo ora: si produce di meno ma si riempiono comunque i piazzali di acciaio, pronti a venderlo quando l’economia tornerà a tirare, sbaragliando ancora una volta gli avversari. Intanto Riva si tiene buona la politica con finanziamenti ai partiti, di destra e di sinistra, e con l’acquisto di una quota nell’Alitalia dei «patrioti», mentre versa denari alla parrocchia di Tamburi, il quartiere più colpito dall’inquinamento dell’Ilva di Taranto, e forse, come sembrano testimoniare le ultime intercettazioni telefoniche, anche tangenti per addomesticare i risultati delle analisi ambientali. Disposto a tutto pur di continuare a fare acciaio. In silenzio.

Con i dipendenti alterna paternalismo e durezza: numerose le cause per comportamenti antisindacali. Ma anche attestati di stima e di ammirazione da parte dei lavoratori e dei fornitori. Certi giornalisti vengono manipolati, forse anche pagati, come rivelano le intercettazioni. Lo stile della casa lo fa intuire il giovane Emilio, omonimo del nonno, che parlando col padre Fabio dopo un incontro con Nichi Vendola suggerisce: «Facciamo un comunicato stampa fuorviante tanto per “vendere fumo”, dicendo che va tutto bene e che l’Ilva collabora con la regione».


Il patriarca rilascia poche interviste. E, quando si lascia convincere da una società di comunicazione ad aprire le porte dell’Ilva di Taranto a un giornalista, se ne pente immediatamente. Accade nel 2006, quando Panorama spedisce un suo inviato per raccontare come funziona la più grande fabbrica d’Europa. L’inviato, Angelo Pergolini, non può fare a meno di annotare l’alta incidenza di infortuni (oggi molto diminuiti) e scrive: «Quando tira vento, e a Taranto lo scirocco soffia spesso e forte, dai parchi (e dai nastri trasportatori che li collegano al porto) si alzano nuvole impalpabili, coprono il rione Tamburi, periferia di case popolari cresciuta parallelamente allo stabilimento da cui è divisa solo da un muro; scendono sugli edifici fatiscenti della città vecchia; si posano sulle vetrine eleganti di via D’Aquino, cuore dello shopping e dello struscio. Lasciano ovunque la stessa scia grigia e velenosa, penetrano dappertutto: polmoni compresi». Dopo la pubblicazione del reportage, la società di relazioni pubbliche viene licenziata.

Il fatto di essere diventato il 23esimo produttore mondiale di acciaio fa di Riva un bravo imprenditore? Margherita Balconi, docente nella facoltà di ingegneria dell’Università di Pavia, è un’esperta del settore. Autrice fra l’altro del libro La siderurgia italiana (1945-1990). Tra controllo pubblico e incentivi del mercato (Edizioni Il Mulino), la professoressa ha scritto in particolare un volume per il gruppo: Riva 1954-1994. Il percorso imprenditoriale della famiglia Riva. Il suo giudizio è abbastanza critico: «Fino all’acquisto dell’Ilva Riva è stato soprattutto un abile gestore di impianti e un imprenditore capace di cogliere l’opportunità di acquistare stabilimenti in crisi e di trasferirvi i propri metodi molto efficaci di gestione aziendale. È stato anche uno dei primi siderurgici in Europa ad avviare un importante processo di internazionalizzazione. Ma l’acquisizione, estremamente coraggiosa, dell’acciaieria di Taranto ha spinto il gruppo su di un terreno tutto nuovo».
Secondo Balconi, gestire uno stabilimento di quelle dimensioni, specializzato nel campo dei laminati piani di qualità, avrebbe comportato dei metodi di gestione diversi da quelli che avevano costituito la forza dei Riva. Le altre imprese europee che gestivano grandi impianti a ciclo integrale (in particolare la francese Usinor, oggi acquistata dalla Mittal) capivano l’importanza, per esempio, di fare ricerca e di investire per ottenere tipi di acciaio sempre più sofisticati

Una delle prime cose che invece ha fatto Riva dopo l’acquisto è stata allontanare dallo stabilimento i ricercatori del Centro sviluppo materiali (Csm) che stavano conducendo ricerche su un impianto pilota molto innovativo: tre giorni e poi fuori, senza neanche lasciare finire gli esperimenti. Con il metodo Riva i conti sono migliorati, ma la qualità no. Tanto è vero che l’Ilva serve ancora il mercato automobilistico, ma non rifornirebbe più l’acciaio per le carrozzerie (che deve essere visivamente perfetto). «E a quanto pare non fa parte della loro cultura innovare in funzione dei miglioramenti ambientali» commenta Balconi.

Alcuni sostengono che dietro l’uscita di Claudio dall’Ilva ci sia stato uno scontro proprio sul tema della qualità: il figlio ne voleva di più, il padre non era d’accordo. Ora forse Emilio dovrà cambiare idea, mentre l’azienda tratta con la Siemens per introdurre tecnologie più moderne e pulite. Anche nelle famiglie d’acciaio si può aprire una crepa.

http://italia.panorama.it/emilio-riva-ilva-la-vera-storia-dell-uomo-accusato-di-avvelenare-una-citta